lunedì 6 aprile 2026

Frank Gehry, l'architetto dell'impossibile

Frank Gehry, scomparso da poco, è stato uno dei più grandi architetti del nostro tempo e una figura che ha cambiato profondamente il modo di pensare l’architettura. Nato in Canada nel 1929 e attivo soprattutto negli Stati Uniti, Gehry non si è limitato a progettare edifici: ha rivoluzionato il modo in cui idee, arte e tecnologia possono lavorare insieme.

Le sue opere sono immediatamente riconoscibili. Non seguono linee dritte o forme regolari, ma sembrano muoversi, piegarsi, ondeggiare. Metallo, vetro e cemento diventano superfici curve che riflettono la luce in modo sorprendente. Per molti, all’inizio, i suoi edifici sembravano strani o persino sbagliati. In realtà, dietro quelle forme spettacolari c’era un lavoro estremamente serio fatto di calcoli, modelli digitali e collaborazione tra architetti, ingegneri e tecnici.

L’opera più famosa di Gehry è il Museo Guggenheim di Bilbao, in Spagna. Quando fu inaugurato negli anni ’90, cambiò per sempre l’immagine della città, che da centro industriale in crisi divenne una meta culturale conosciuta in tutto il mondo. Questo fenomeno, chiamato spesso “effetto Bilbao”, mostra quanto l’architettura possa influenzare l’economia, la cultura e la vita quotidiana delle persone.

Una delle grandi innovazioni di Gehry è stata l’uso della tecnologia digitale. Per progettare le sue forme complesse, adottò software nati per l’ingegneria aerospaziale, gli stessi usati per costruire aerei e satelliti. Grazie a questi strumenti, riuscì a trasformare schizzi e modelli in edifici reali. Il suo lavoro dimostra che la tecnologia non toglie spazio alla creatività, ma può renderla possibile.

Gehry amava ripetere una frase diventata famosa: “Se sai già cosa farai prima di farlo, non farlo.” È un invito a non accontentarsi, a sperimentare, a non avere paura dell’errore. Con la sua scomparsa perdiamo un grande architetto, ma restano le sue opere e le sue idee. Frank Gehry ci ha insegnato che arte e scienza non sono mondi separati e che il futuro appartiene a chi ha il coraggio di immaginare forme nuove e di usare la conoscenza per renderle reali.



mercoledì 1 aprile 2026

Si va a Hollywood

Ragazzi, preparatevi: questa notizia è talmente incredibile che perfino la bidella non ci credeva. Dopo essere entrata tra i 13 finalisti del concorso “Video Intervistiamo il Mondo del Lavoro”, la celebre (ormai possiamo dirlo) video intervista al pizzaiolo ha fatto un salto… anzi, un triplo salto mortale con avvitamento… direttamente fino a Hollywood!

Sì, avete capito bene: secondo fonti assolutamente affidabili il video è stato candidato agli Oscar nella categoria Miglior Documentario. Pare che la giuria sia rimasta colpita dalla simpatia di Giampi e soprattutto dalla grinta trasmessa ai giovani intervistatori: "Ragazzi dateci dentro, quando avete individuato il vostro sogno, dateci dentro, il vostro sogno può essere realizzato, voi siete il futuro".

A quanto si dice, grandi registi stanno già studiando e scrivendo una serie TV in 12 stagioni e si ipotizza che tutta la classe possa sfilare a Hollywood sul red carpet con il protagonista. Le ragazze della 2A sono già in crisi sul vestito più adatto da indossare quella sera.

La segreteria della scuola sta già prenotando l'aereo per la gita a Los Angeles e naturalmente ci sarà anche la preside. Il professore di tecnologia non potrà mancare, vedremo quali altri insegnanti vorranno volare negli USA. Io me la vedo già la statuetta dorata sulla cattedra di classe.

Insomma, è un'avventura che si sa quando è iniziata ma potrebbe avere dei risvolti davvero imprevisti ed eccezionali. E ricordate: se qualcuno vi dice che questa notizia è leggermente… come dire… improbabile… guardatelo negli occhi e rispondete: “È arte. Non devi capirla".

Buon 1° aprile! 

lunedì 30 marzo 2026

Che cos’è la povertà energetica?

Quando parliamo di “povertà”, spesso pensiamo solo alla mancanza di soldi o di cibo. Ma esiste un’altra forma di povertà, meno evidente ma altrettanto importante: la povertà energetica. Questo termine indica la situazione di persone o famiglie che non riescono a permettersi l’energia necessaria per vivere in modo dignitoso. Significa, ad esempio, non poter riscaldare la casa in inverno, non riuscire a pagare le bollette dell’elettricità o dover scegliere tra comprare da mangiare e accendere il riscaldamento.

Può sembrare qualcosa di lontano, ma non lo è affatto. Anche in Europa, e anche nel nostro Paese, molte persone vivono in case fredde d’inverno o caldissime d’estate perché non possono permettersi sistemi di riscaldamento o condizionamento adeguati. A scuola magari tutto sembra normale, ma poi a casa c’è chi studia con una felpa pesante e le mani gelate, o chi si sente soffocare perché non può accendere un ventilatore.

La povertà energetica non dipende solo dal reddito. Anche il tipo di casa in cui viviamo conta molto. Edifici vecchi, mal isolati, con finestre che “lasciano passare il freddo”, consumano molta più energia per ottenere lo stesso risultato. È come cercare di riempire una bottiglia bucata: puoi continuare a versare, ma l’acqua scapperà sempre.

Questa situazione non è solo scomoda. Ha conseguenze reali sulla salute: vivere in ambienti troppo freddi aumenta il rischio di malattie respiratorie, influenza e problemi cardiaci. Inoltre, chi vive in povertà energetica spesso è costretto a rinunciare ad altre cose importanti, come attività sociali, sport o momenti di svago, perché le bollette diventano una preoccupazione costante.

La povertà energetica non è qualcosa che si vede subito, ma quando la riconosciamo capiamo che tocca la dignità e il benessere delle persone. Ed è proprio da lì che inizia il cambiamento: dalla consapevolezza e dalla solidarietà.


lunedì 23 marzo 2026

La città del futuro THE LINE va a rilento

Nel 2021 il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman presentò “The Line”, una città lineare lunga 170 chilometri, larga 200 metri e alta oltre 500, parte del mega-progetto NEOM. Doveva ospitare 9 milioni di persone, essere alimentata solo da energia rinnovabile e rappresentare una “rivoluzione nella civiltà”, simbolo di un futuro sostenibile e tecnologico capace di affrancare l’Arabia Saudita dal petrolio.

Quattro anni dopo, però, la realtà è molto diversa. I lavori procedono lentamente e il progetto è stato drasticamente ridimensionato: i costi e i tempi si sono rivelati irrealistici, mentre i ricavi previsti erano stati gonfiati. Un documento interno, analizzato dal Wall Street Journal, descrive gravi problemi organizzativi e tecnici, legati anche al timore di contraddire il principe. Molti dirigenti hanno approvato piani insostenibili o nascosto le difficoltà.

Attualmente è in costruzione solo un piccolo tratto di “The Line”, chiamato Hidden Marina, lungo 2,5 chilometri, con 80mila case, 9mila camere d’albergo e spazi per 200mila abitanti. Entro il 2034 dovrebbe esserne completata solo una parte, circa 1,5 chilometri, comprensiva di uno stadio per i Mondiali di calcio del 2034.

Il progetto originario era di tutt’altra scala: realizzare 16 chilometri entro il 2030 e l’intera struttura entro il 2080 avrebbe richiesto quantità enormi di acciaio e vetro, superiori a quelle necessarie per costruire tre volte i grattacieli di Manhattan in dieci anni. I costi stimati oggi superano gli 8.100 miliardi di euro, quasi 8 volte il PIl dell'Arabia.

A rallentare ulteriormente i lavori contribuiscono problemi logistici: mancano infrastrutture, strade, forza lavoro e persino una rete elettrica adeguata. Eppure, il progetto mantiene ambizioni quasi fantascientifiche, come un parco sospeso a 300 metri d’altezza o un grattacielo di vetro “appeso” a un ponte d’acciaio, ideato dallo scenografo dei film Marvel Olivier Pron.

Bin Salman continua a opporsi a ogni ridimensionamento, rifiutando perfino di abbassare l’altezza dei grattacieli. Nel frattempo, gli altri progetti di NEOM — come la località sciistica di Trojena o l’isola di lusso Sindalah — stanno subendo ritardi e aumenti di costo.

La visione del principe resta ambiziosa, ma “The Line” rischia di diventare il simbolo della megalomania.

VIDEO

lunedì 16 marzo 2026

Guerre e petrolio, ieri e oggi

Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio è aumentato molto a causa della guerra tra Stati Uniti e Iran. Quando scoppiano conflitti in Medio Oriente, i mercati dell’energia reagiscono subito, perché quella regione produce una grande parte del petrolio mondiale. In particolare, il conflitto ha reso difficile il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo da cui transita circa il 20% del petrolio del pianeta. Se le navi non riescono a passare, il petrolio arriva meno facilmente nei paesi che ne hanno bisogno e il prezzo sale. Per questo il prezzo del petrolio è salito rapidamente dai 70 dollari al barile fino a oltre 100 , con picchi fino a 120.

Ma questa non è la prima volta che una crisi internazionale provoca un forte aumento del prezzo del petrolio. Un esempio famoso è la prima crisi petrolifera del 1973. In quell’anno alcuni paesi arabi decisero di ridurre o bloccare la vendita di petrolio ai paesi occidentali dopo la guerra del Kippur tra Israele e alcuni stati arabi. Il prezzo del petrolio passò in pochi mesi da circa 3 dollari a quasi 12 dollari al barile, cioè quadruplicò. Se traduciamo quei prezzi nei valori di oggi, significa che il petrolio passò da circa 40 dollari a 160 in pochi mesi.

La crisi del 1973 ebbe effetti molto visibili: benzina più cara, inflazione, e persino limitazioni all’uso dell’auto in alcuni paesi. In Italia, per esempio, furono introdotte le “domeniche a piedi”, quando le auto non potevano circolare per risparmiare carburante. Allora venne usato il termine Austerity. Se consideriamo che allora gli edifici erano riscaldati prevalentemente con  il gasolio la situazione fu più grave.

Oggi è leggermente diverso: la popolazione fa ricorso al petrolio soprattutto per l'acquisto di benzina e gasolio per i mezzi di trasporto, che tra l'altro oggi consumano molto meno di allora, mentre gli edifici funzionano a gas (anche se il prezzo del gas è ancorato al prezzo del petrolio e quindi aumenta uno, prima o poi aumenta anche l'altro). Nella produzione di energia elettrica oggi siamo un po' più sganciati dai combustibili fossili: le rinnovabili ormai contribuiscono quasi per il 50%. Inoltre il benessere oggi è più generalizzato e quindi l'aumento viene assorbito con meno paura.

lunedì 9 marzo 2026

Perché l'aereo costa meno del treno?

Viaggiare in treno è una scelta più ecologica, ma spesso anche più costosa. Se per andare da Milano a Roma un biglietto dell’alta velocità può costare 90 euro, un volo sulla stessa tratta si trova anche a metà prezzo. Lo stesso vale per i viaggi europei: da Milano a Parigi o Londra, l’aereo risulta spesso più economico, nonostante il treno abbia un impatto ambientale molto più basso.

Il treno infatti produce molte meno emissioni di gas serra rispetto all’aereo. Un passeggero nella tratta Milano-Roma se viaggia in treno produce circa 10 Kg di CO2, mentre se viaggia in aereo ne produce circa 70, quindi 7 volte di più.  Sulle tratte medio-corte è anche competitivo nei tempi di viaggio, perché non richiede il trasferimento in aeroporto o i controlli di sicurezza. Eppure, i costi per chi sceglie la ferrovia rimangono alti.

La principale ragione è economica. Costruire e mantenere le linee ferroviarie costa molto: binari, ponti, stazioni, elettrificazione e manutenzione richiedono spese continue. Al contrario, un aereo vola in uno “spazio libero” che non ha bisogno di essere costruito o mantenuto. Inoltre, ogni compagnia ferroviaria deve pagare le tariffe di accesso ai binari (TAC), cioè una commissione ai gestori delle infrastrutture per ogni chilometro percorso. Queste tariffe, che in Europa possono arrivare fino a 16 euro per chilometro, vengono poi scaricate sul prezzo dei biglietti.

Le compagnie aeree invece godono di agevolazioni fiscali: non pagano accise (tasse) sul carburante (il cherosene) e i biglietti sono esenti dall’IVA. Questi vantaggi permettono di mantenere prezzi più bassi e di offrire biglietti promozionali a costi molto ridotti, cosa che le ferrovie non possono permettersi.

In Italia, la concorrenza tra Trenitalia e Italo ha migliorato la situazione: i prezzi dell’alta velocità tra Milano e Roma sono scesi e il treno è diventato una valida alternativa all’aereo. Ma nel resto d’Europa la situazione resta squilibrata. Secondo Greenpeace, viaggiare in treno costa più che volare nel 60% delle tratte europee, e in Italia addirittura nell’88% dei collegamenti internazionali.

Alcuni Paesi stanno cercando di cambiare le cose. In Francia, per esempio, è vietato volare su tratte interne che si possono percorrere in treno in meno di due ore e mezza. L’obiettivo è spingere le persone a scegliere mezzi più sostenibili e ridurre l’inquinamento. Nel frattempo i governi dovrebbero spostare le agevolazioni fiscali dall'aereo al treno.

Finché però i biglietti del treno resteranno più cari degli aerei, sarà difficile convincere i viaggiatori a fare la scelta più ecologica. Rendere il trasporto ferroviario più accessibile è una sfida cruciale per il futuro del clima e della mobilità in Europa.

lunedì 2 marzo 2026

Avere tanti follower sui social non significa più niente

Essere famosi sui social non è più “cool” come sembra. Fino a pochi anni fa sembrava una regola fissa: più follower hai, più conti. Avere migliaia o milioni di seguaci sui social era visto come un segno di successo, popolarità e importanza. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Anzi, per molti avere troppi follower non è più un vantaggio, ma quasi un difetto.

Chi usa spesso Instagram, TikTok o altri social lo ha notato: cresce il fastidio per profili tutti uguali, super curati, pieni di pubblicità e costruiti solo per piacere agli algoritmi. In mezzo a questo rumore, stanno diventando più interessanti gli account di nicchia: piccoli, imperfetti, non commerciali, a volte persino strani. Profili che sembrano più veri, più liberi, più umani.

Secondo l’esperto di cultura digitale Kyle Chayka, oggi i grandi numeri non dicono più molto. I social sono diventati maturi, pieni di automatismi e di intelligenza artificiale. Molti follower sono bot, account inattivi o comprati. Altri arrivano automaticamente perché una persona è già famosa fuori da Internet. In questi casi, il numero non misura davvero l’influenza o la qualità di ciò che viene pubblicato.

Esiste poi un fenomeno curioso: persone molto competenti nel mondo dei social, come i social media manager, che sul lavoro creano contenuti perfetti, ma sui loro profili personali pubblicano apposta foto storte, testi confusi e senza strategia.

La vera svolta è capire che sui social, se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu. Chi vuole guadagnare online deve per forza coltivare un grande pubblico e adattarsi a ciò che funziona meglio per gli algoritmi. Per questo, oggi, avere pochi follower può essere visto come un segno di indipendenza: significa che non dipendi dai like.

Si sta ribaltando un altro mito: non è vero che seguire più persone di quante ti seguano sia imbarazzante. Anzi, potrebbe indicare che sei curioso, che osservi gli altri e che vivi di più fuori dai social, più autenticità nella vita reale.

lunedì 23 febbraio 2026

La Cina sta diventando più verde

Negli ultimi anni la Cina è diventata un punto di riferimento nella transizione ecologica mondiale. Nonostante il suo impegno non sia ancora sufficiente a rispettare gli obiettivi indicati dalla scienza, Pechino sta investendo somme enormi per sviluppare energie rinnovabili, auto elettriche e nuove tecnologie verdi, cambiando di fatto il mercato globale dell’energia.

Durante il Climate Summit 2025 di New York, il presidente Xi Jinping ha confermato che la Cina continuerà il suo percorso verso un’economia più sostenibile, prendendo le distanze da paesi come gli Stati Uniti, dove le politiche ambientali sono tornate indietro. In un momento in cui l’Europa appare divisa e l’India ancora indecisa, la Cina si è ritrovata quasi da sola a guidare la sfida climatica.

Pechino ha annunciato che ridurrà le proprie emissioni di gas serra tra il 7% e il 10% entro il 2035, partendo dal picco previsto per quest’anno. È un impegno modesto se confrontato con quello delle nazioni europee, ma comunque significativo: per la prima volta la Cina promette un vero calo delle emissioni e non solo di rallentarne la crescita.

Il piano più ambizioso riguarda però le energie rinnovabili. Entro il 2035 la Cina punta a installare 3.600 gigawatt di potenza eolica e solare — sei volte più di quanto aveva nel 2020 — e a far sì che oltre il 30% del suo mix energetico provenga da fonti non fossili. Già oggi è il primo paese al mondo per capacità rinnovabile e produce gran parte della tecnologia necessaria, dai pannelli solari alle turbine eoliche.

Un altro punto centrale è la mobilità elettrica. Dopo decenni di inquinamento da traffico urbano, il governo cinese vuole rendere le auto elettriche la scelta principale per i consumatori. Marchi come BYD e CATL, che forniscono batterie a tutto il mondo, dimostrano che la strategia funziona.

Tutto questo richiede investimenti giganteschi: 625 miliardi di dollari nel solo 2024, pari a quasi un terzo di quanto speso globalmente. Grazie a questa spinta, il costo delle tecnologie verdi,  come i pannelli solari,  è crollato fino al 90% in dieci anni.

Forse la Cina non è ancora il “paese verde” ideale, ma il suo esempio sta trasformando l’economia mondiale e dimostrando che la transizione ecologica, con impegno e visione, è possibile davvero.


lunedì 16 febbraio 2026

I social, con equilibrio

I social fanno parte della vita quotidiana di milioni (miliardi) di  persone e anche ragazzi e ragazze in tutto il mondo. Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat e simili non sono solo app per divertirsi: sono veri e propri spazi dove si condividono passioni, si imparano cose nuove, si creano relazioni e, in alcuni casi, si costruisce anche il proprio futuro.

I social permettono di esprimersi liberamente, a volte troppo liberamente, facendoci dimenticare che stare sui social e come stare in piazza. Video, foto, disegni, danza, cucina, scrittura... chiunque può raccontare se stesso e trovare una community che lo capisca. Inoltre, sono una fonte enorme di contenuti educativi: tutorial, approfondimenti, documentari brevi. È possibile imparare quasi tutto, da una lingua straniera a come editare un video. Alcuni usano i social anche per sostenere cause importanti come l’ambiente, i diritti umani, la parità di genere. In certi casi, diventano un trampolino per iniziare una carriera.

I social tuttavia possono anche creare problemi, soprattutto se usati senza consapevolezza. Il primo rischio è la dipendenza: passare ore a scrollare, rispondere alle notifiche, cercare like può diventare un'abitudine difficile da controllare. Questo può influenzare il sonno, lo studio e persino il benessere mentale.

E poi il confronto continuo con gli altri: foto ritoccate, vite perfette, corpi da copertina... tutto sembra migliore di ciò che si vive nella realtà. Sembra strano ma ognuno di noi posta online solo le parti migliori e meravigliose della propria vita, mentre  i dolori e le sofferenze rimangono ben sotterrate: eppure ci dimentichiamo che fanno così anche gli altri. Questo può generare ansia, insicurezza e una visione distorta di sé. Non mancano poi i rischi legati al cyberbullismo o alla mancanza di privacy, soprattutto se si condividono contenuti personali senza pensarci troppo.

Per usare i social in modo sano serve equilibrio. Fare pause, scegliere cosa seguire, evitare confronti inutili, proteggere la propria privacy e – se qualcosa non va – parlarne con qualcuno di fiducia. I social non sono da demonizzare, ma bisogna saperli gestire.

lunedì 9 febbraio 2026

Olimpiadi invernali: ma come si fa a scivolare sulla neve?

Quando vediamo uno sciatore scendere lungo una pista innevata, sembra quasi magia: gli sci scorrono veloci e silenziosi sulla neve. In realtà, dietro questa sensazione di leggerezza si nasconde una spiegazione scientifica molto affascinante. La prima cosa da capire è che lo sci non scivola semplicemente perché la neve è liscia. Anzi, la neve può essere anche piuttosto ruvida. Il vero protagonista è l’attrito, cioè quella forza che di solito rallenta il movimento quando due superfici sono a contatto. Nel caso degli sci, però, l’attrito viene “controllato” in modo intelligente.

Mentre lo sci si muove, si produce calore: pressione e calore insieme fanno sciogliere una quantità minuscola di neve, creando uno strato sottilissimo di acqua tra lo sci e la superficie innevata. Questo strato è invisibile a occhio nudo, ma è sufficiente per ridurre moltissimo l’attrito. In pratica, lo sci non scivola direttamente sulla neve solida, ma su una specie di micro-cuscino d’acqua, un po’ come succede quando si pattina sul ghiaccio.

Per molto tempo si è pensato che fosse solo l’acqua a permettere lo scivolamento, ma la scienza moderna ha scoperto che le cose sono un po’ più complesse. A velocità basse conta molto anche la forma dei cristalli di neve e il modo in cui lo sci li schiaccia e li spezza. A velocità più alte, invece, lo strato d’acqua diventa più importante. Anche la temperatura gioca un ruolo fondamentale: una neve troppo fredda o troppo bagnata può far scivolare peggio gli sci.

Un altro elemento chiave è la parte inferiore dello sci, chiamata soletta. Non è completamente liscia, ma presenta microscopici solchi che servono a gestire l’acqua sotto lo sci e a migliorare la scorrevolezza. Proprio per questo gli sci vengono sciolinati: la sciolina aiuta a ridurre l’attrito e a far scorrere meglio lo sci nelle diverse condizioni di neve.

lunedì 2 febbraio 2026

Clima, commercio e sicurezza, l’Artico sta cambiando il mondo

Quando pensiamo al cambiamento climatico, immaginiamo spesso ghiacciai che si sciolgono o temperature che aumentano. Ma il clima sta cambiando anche l’economia, la politica e la sicurezza mondiale. Un luogo chiave di questi cambiamenti è l’Artico, una regione che fino a poco tempo fa sembrava lontana e poco importante.

Per secoli europei e americani hanno cercato di trovare un “passaggio a Nord Ovest”, cioè una rotta navale che collegasse l’Atlantico al Pacifico passando a nord del Canada. Oggi, invece, è la Cina a puntare su un’altra via: il passaggio a Nord Est, che corre a nord della Siberia, nell’Oceano Artico. A causa del riscaldamento globale, i ghiacci si stanno riducendo e questa rotta è navigabile per alcuni mesi all’anno.

Nel settembre 2025 una nave portacontainer cinese, la Istanbul Bridge, ha inaugurato un servizio regolare chiamato China–Europe Arctic Express. Partita dai porti cinesi, ha raggiunto il Nord Europa in soli 18 giorni, contro i 40–50 necessari passando dal Canale di Suez. Questo enorme risparmio di tempo significa meno carburante, meno costi e maggiore sicurezza, perché si evitano zone pericolose come il Mar Rosso, dove pirati e missili hanno messo a rischio molte navi.

Ecco spiegato perché gli Stati Uniti mostrano tanto interesse per la Groenlandia. Inoltre quest’isola è probabilmente ricca di minerali importanti e si trova in una posizione strategica per il controllo dei missili e delle rotte artiche. Non a caso si parla sempre più spesso di una vera e propria “battaglia per il controllo dell’Artico”.

Per ora questa rotta funziona solo in estate e all’inizio dell’autunno, quando i ghiacci si ritirano. Tuttavia, la Cina guarda al futuro e spera di rendere l’Artico un corridoio commerciale stabile, investendo in navi rinforzate e in sistemi satellitari che monitorano i ghiacci in tempo reale. Non è solo una scelta economica, ma anche politica: Pechino vuole dimostrare di poter collegare Asia ed Europa senza dipendere da rotte controllate da altri Paesi.

Questi cambiamenti influenzano anche l’Europa. I grandi porti del Nord come Rotterdam, Amburgo o Danzica potrebbero diventare ancora più importanti, mentre quelli del Mediterraneo, compresi quelli italiani, rischiano di perdere centralità.

Clima, fisica, geografia ed economia oggi sono più legati che mai. Capire questi cambiamenti è fondamentale per costruire un futuro più sicuro e sostenibile.

lunedì 26 gennaio 2026

RAEE, cosa sono e perché sono importanti

I RAEE sono i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. In pratica, sono tutti quegli oggetti che funzionano con la corrente o con le batterie e che non usiamo più: smartphone, computer, televisori, frigoriferi, lavatrici, lampadine, caricabatterie. Anche se sembrano solo “spazzatura”, i RAEE sono rifiuti molto speciali.

Da un lato possono essere pericolosi per l’ambiente, perché contengono sostanze tossiche come piombo, mercurio o gas refrigeranti. Dall’altro lato sono una miniera urbana, perché al loro interno ci sono materiali preziosi: rame, alluminio, ferro, plastica e perfino piccole quantità di oro e argento.

Come sta andando la raccolta

In Italia la raccolta dei RAEE è in crescita, ma non abbastanza. Ogni anno se ne producono molti più di quelli che vengono raccolti correttamente. In media ogni cittadino consegna circa 6 kg di RAEE all’anno, mentre l’obiettivo europeo è quasi il doppio. Questo significa che molti dispositivi finiscono ancora nei rifiuti sbagliati o restano dimenticati nei cassetti.

In Europa la situazione è migliore rispetto ad altre parti del mondo, ma anche qui non si raggiungono sempre gli obiettivi fissati dall’Unione Europea. Nel mondo, il problema è ancora più grande: i rifiuti elettronici aumentano velocemente, ma solo circa un quarto viene riciclato in modo corretto. Il resto finisce in discariche illegali o viene trattato in modo pericoloso per le persone e l’ambiente.

Dove si portano i RAEE

I RAEE vanno portati negli ecocentri comunali oppure nei negozi di elettronica. Se compri un nuovo elettrodomestico, il negozio deve ritirare gratuitamente quello vecchio. Nei prossimi mesi nella nostra scuola verrà posizionata una colonnina di raccolta in cui potremo depositare i nostri piccoli Raee da smaltire.

Come si riciclano e cosa se ne ricava

Una volta raccolti, i RAEE vengono portati in impianti specializzati. Qui vengono smontati e divisi per materiali. I metalli vengono fusi e riutilizzati, le plastiche riciclate, il vetro recuperato. In questo modo si ottengono nuove materie prime, riducendo l’inquinamento e il bisogno di estrarre nuove risorse dalla Terra.

Riciclare correttamente i RAEE significa proteggere l’ambiente, risparmiare energia e costruire un futuro più sostenibile. Anche piccoli gesti, come buttare un vecchio telefono nel posto giusto, possono fare una grande differenza.

lunedì 19 gennaio 2026

Ecoansia

L’ecoansia è quella sensazione di preoccupazione, paura o tristezza legata al futuro del nostro pianeta. Può nascere quando leggiamo notizie sul riscaldamento globale, vediamo incendi, alluvioni o siccità in televisione, o semplicemente ci accorgiamo che la natura intorno a noi sta cambiando. È come se il peso dei problemi ambientali ci cadesse addosso tutto insieme, facendoci sentire impotenti. Da una parte c’è il desiderio di proteggere la Terra, dall’altra la sensazione che le decisioni importanti siano sempre nelle mani degli adulti. Ed è qui che nasce l’ansia: “Riusciremo a fermare i cambiamenti climatici? Ci sarà ancora un futuro sicuro per noi?”.

Tuttavia se proviamo queste sensazioni significa che siamo sensibili, che ci importa davvero del mondo in cui viviamo. Il problema è quando questa preoccupazione diventa così grande da bloccarci, togliendoci energia e speranza. Come tenerla a bada?

Un buon punto di partenza è informarsi in modo equilibrato. Leggere continuamente notizie catastrofiche può alimentare la paura. Meglio cercare anche storie positive: ci sono tanti scienziati, comunità e giovani che ogni giorno lavorano per trovare soluzioni e ridurre i danni ambientali. Un altro passo è trasformare l’ansia in azione. Fare piccole scelte quotidiane — come ridurre la plastica, usare la bici o partecipare a iniziative ecologiche — ci dà la sensazione di avere un ruolo attivo. Anche se da soli non possiamo salvare il mondo, ogni gesto diventa parte di un movimento più grande.

È utile poi condividere i propri pensieri. Parlare con amici, insegnanti o familiari aiuta a sentirsi meno soli. A volte basta scoprire che altri provano le stesse emozioni per ridurre l’ansia. Infine, ricordiamoci di prenderci cura di noi stessi. Passare del tempo nella natura, fare sport, disegnare, ascoltare musica: tutto questo non “risolve” il cambiamento climatico, ma ci dà la forza per affrontarlo senza sentirci sopraffatti.

L’ecoansia ci ricorda che amiamo il nostro pianeta ed è una spinta a costruire un futuro migliore.

lunedì 12 gennaio 2026

Dalle cassette a Spotify: la musica che cambia forma

La musica è sempre stata una compagna fedele nelle nostre vite, ma il modo in cui l'ascoltiamo è cambiato radicalmente nel tempo. Se oggi possiamo scegliere tra milioni di brani con un click, non è sempre stato così. Ripercorriamo insieme l'evoluzione dei supporti musicali, dai formati analogici alle piattaforme digitali.

Gli inizi: il vinile e la musica domestica

Nel XX secolo, il vinile dominava le case degli appassionati di musica. Con i suoi 33 giri, permetteva di ascoltare interi album senza interruzioni. Le copertine degli LP erano vere e proprie opere d'arte, e la qualità del suono analogico aveva un fascino tutto suo. 

La rivoluzione portatile: le cassette

Negli anni '60, Philips introdusse la musicassetta, un formato che cambiò il modo di ascoltare musica. Compatte e facili da usare, le cassette permisero alle persone di registrare e condividere la loro musica preferita. Nel 1979, Sony lanciò il Walkman, il primo lettore portatile di cassette, rendendo possibile ascoltare musica ovunque. 

L'era del digitale: CD e MP3

Negli anni '80, il Compact Disc (CD) sostituì progressivamente il vinile grazie alla sua maggiore durata e qualità del suono. Con l'arrivo degli MP3 negli anni '90, la musica divenne digitale e facilmente condivisibile. Dispositivi come l'iPod permisero di portare migliaia di brani in tasca, cambiando per sempre le abitudini di ascolto. 

La musica liquida: lo streaming

Oggi, piattaforme come Spotify, lanciata nel 2008, offrono accesso istantaneo a milioni di brani in streaming. Non è più necessario possedere fisicamente la musica: basta una connessione internet per ascoltare ciò che si desidera, quando si vuole. 

lunedì 5 gennaio 2026

Tutto quello che leggo è vero?

Viviamo in un mondo in cui l’informazione è ovunque: social network, messaggi, video, articoli online. Basta un click per avere accesso a notizie su qualsiasi argomento, dall’ultima scoperta scientifica ai consigli su come vivere meglio. Ma questo enorme flusso di informazioni porta con sé un problema: non tutto ciò che leggiamo è vero. Anzi, spesso non lo è affatto. Le cosiddette “fake news”, le notizie false create per ingannare o manipolare, sono diventate un fenomeno molto diffuso e, soprattutto, difficile da riconoscere.

Una fake news può sembrare una notizia normale, scritta con toni convincenti e accompagnata da immagini o video che danno l’impressione di autenticità. Spesso vengono condivise sui social perché fanno leva sulle emozioni: indignazione, paura, sorpresa o rabbia. È più facile che una notizia che suscita forti emozioni venga condivisa senza pensarci, e così il falso si diffonde più rapidamente del vero. Il problema è che, anche se possiamo credere di essere attenti, tutti possiamo cadere in questo tranello: anche un fatto inventato può sembrare reale se viene presentato nel modo giusto.

Per questo è importante imparare a non fidarsi ciecamente di tutto quello che leggiamo. Un buon punto di partenza è chiedersi: chi ha scritto questa notizia? Mi posso fidare? Scrive per proteggere dei suoi interessi o le sue argometazioni sono obiettive? Esistono altre fonti affidabili che la confermano? È recente o potrebbe essere vecchia ma riproposta come se fosse nuova? Controllare più fonti, leggere con attenzione e non limitarsi ai titoli sensazionali aiuta a distinguere ciò che è vero da ciò che è ingannevole.

Inoltre, bisogna fare attenzione anche ai nostri stessi comportamenti online. Condividere una notizia senza verificarla può diffondere falsità, contribuendo involontariamente a creare confusione. Essere critici non significa diventare scettici su tutto, ma imparare a riconoscere la differenza tra informazioni affidabili e bufale.

In un mondo in cui la quantità di informazioni cresce ogni giorno, la capacità di distinguere il vero dal falso diventa una competenza fondamentale. Non si tratta solo di proteggere se stessi dall’inganno, ma anche di aiutare gli altri a navigare in modo consapevole nel mare di notizie che ci circonda. La prossima volta che leggiamo qualcosa che sembra incredibile, invece di condividerla subito, fermiamoci un attimo: chiediamoci se è davvero vera. Questa piccola pausa può fare una grande differenza.