lunedì 6 aprile 2026

Frank Gehry, l'architetto dell'impossibile

Frank Gehry, scomparso da poco, è stato uno dei più grandi architetti del nostro tempo e una figura che ha cambiato profondamente il modo di pensare l’architettura. Nato in Canada nel 1929 e attivo soprattutto negli Stati Uniti, Gehry non si è limitato a progettare edifici: ha rivoluzionato il modo in cui idee, arte e tecnologia possono lavorare insieme.

Le sue opere sono immediatamente riconoscibili. Non seguono linee dritte o forme regolari, ma sembrano muoversi, piegarsi, ondeggiare. Metallo, vetro e cemento diventano superfici curve che riflettono la luce in modo sorprendente. Per molti, all’inizio, i suoi edifici sembravano strani o persino sbagliati. In realtà, dietro quelle forme spettacolari c’era un lavoro estremamente serio fatto di calcoli, modelli digitali e collaborazione tra architetti, ingegneri e tecnici.

L’opera più famosa di Gehry è il Museo Guggenheim di Bilbao, in Spagna. Quando fu inaugurato negli anni ’90, cambiò per sempre l’immagine della città, che da centro industriale in crisi divenne una meta culturale conosciuta in tutto il mondo. Questo fenomeno, chiamato spesso “effetto Bilbao”, mostra quanto l’architettura possa influenzare l’economia, la cultura e la vita quotidiana delle persone.

Una delle grandi innovazioni di Gehry è stata l’uso della tecnologia digitale. Per progettare le sue forme complesse, adottò software nati per l’ingegneria aerospaziale, gli stessi usati per costruire aerei e satelliti. Grazie a questi strumenti, riuscì a trasformare schizzi e modelli in edifici reali. Il suo lavoro dimostra che la tecnologia non toglie spazio alla creatività, ma può renderla possibile.

Gehry amava ripetere una frase diventata famosa: “Se sai già cosa farai prima di farlo, non farlo.” È un invito a non accontentarsi, a sperimentare, a non avere paura dell’errore. Con la sua scomparsa perdiamo un grande architetto, ma restano le sue opere e le sue idee. Frank Gehry ci ha insegnato che arte e scienza non sono mondi separati e che il futuro appartiene a chi ha il coraggio di immaginare forme nuove e di usare la conoscenza per renderle reali.



mercoledì 1 aprile 2026

Si va a Hollywood

Ragazzi, preparatevi: questa notizia è talmente incredibile che perfino la bidella non ci credeva. Dopo essere entrata tra i 13 finalisti del concorso “Video Intervistiamo il Mondo del Lavoro”, la celebre (ormai possiamo dirlo) video intervista al pizzaiolo ha fatto un salto… anzi, un triplo salto mortale con avvitamento… direttamente fino a Hollywood!

Sì, avete capito bene: secondo fonti assolutamente affidabili il video è stato candidato agli Oscar nella categoria Miglior Documentario. Pare che la giuria sia rimasta colpita dalla simpatia di Giampi e soprattutto dalla grinta trasmessa ai giovani intervistatori: "Ragazzi dateci dentro, quando avete individuato il vostro sogno, dateci dentro, il vostro sogno può essere realizzato, voi siete il futuro".

A quanto si dice, grandi registi stanno già studiando e scrivendo una serie TV in 12 stagioni e si ipotizza che tutta la classe possa sfilare a Hollywood sul red carpet con il protagonista. Le ragazze della 2A sono già in crisi sul vestito più adatto da indossare quella sera.

La segreteria della scuola sta già prenotando l'aereo per la gita a Los Angeles e naturalmente ci sarà anche la preside. Il professore di tecnologia non potrà mancare, vedremo quali altri insegnanti vorranno volare negli USA. Io me la vedo già la statuetta dorata sulla cattedra di classe.

Insomma, è un'avventura che si sa quando è iniziata ma potrebbe avere dei risvolti davvero imprevisti ed eccezionali. E ricordate: se qualcuno vi dice che questa notizia è leggermente… come dire… improbabile… guardatelo negli occhi e rispondete: “È arte. Non devi capirla".

Buon 1° aprile! 

lunedì 30 marzo 2026

Che cos’è la povertà energetica?

Quando parliamo di “povertà”, spesso pensiamo solo alla mancanza di soldi o di cibo. Ma esiste un’altra forma di povertà, meno evidente ma altrettanto importante: la povertà energetica. Questo termine indica la situazione di persone o famiglie che non riescono a permettersi l’energia necessaria per vivere in modo dignitoso. Significa, ad esempio, non poter riscaldare la casa in inverno, non riuscire a pagare le bollette dell’elettricità o dover scegliere tra comprare da mangiare e accendere il riscaldamento.

Può sembrare qualcosa di lontano, ma non lo è affatto. Anche in Europa, e anche nel nostro Paese, molte persone vivono in case fredde d’inverno o caldissime d’estate perché non possono permettersi sistemi di riscaldamento o condizionamento adeguati. A scuola magari tutto sembra normale, ma poi a casa c’è chi studia con una felpa pesante e le mani gelate, o chi si sente soffocare perché non può accendere un ventilatore.

La povertà energetica non dipende solo dal reddito. Anche il tipo di casa in cui viviamo conta molto. Edifici vecchi, mal isolati, con finestre che “lasciano passare il freddo”, consumano molta più energia per ottenere lo stesso risultato. È come cercare di riempire una bottiglia bucata: puoi continuare a versare, ma l’acqua scapperà sempre.

Questa situazione non è solo scomoda. Ha conseguenze reali sulla salute: vivere in ambienti troppo freddi aumenta il rischio di malattie respiratorie, influenza e problemi cardiaci. Inoltre, chi vive in povertà energetica spesso è costretto a rinunciare ad altre cose importanti, come attività sociali, sport o momenti di svago, perché le bollette diventano una preoccupazione costante.

La povertà energetica non è qualcosa che si vede subito, ma quando la riconosciamo capiamo che tocca la dignità e il benessere delle persone. Ed è proprio da lì che inizia il cambiamento: dalla consapevolezza e dalla solidarietà.


lunedì 23 marzo 2026

La città del futuro THE LINE va a rilento

Nel 2021 il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman presentò “The Line”, una città lineare lunga 170 chilometri, larga 200 metri e alta oltre 500, parte del mega-progetto NEOM. Doveva ospitare 9 milioni di persone, essere alimentata solo da energia rinnovabile e rappresentare una “rivoluzione nella civiltà”, simbolo di un futuro sostenibile e tecnologico capace di affrancare l’Arabia Saudita dal petrolio.

Quattro anni dopo, però, la realtà è molto diversa. I lavori procedono lentamente e il progetto è stato drasticamente ridimensionato: i costi e i tempi si sono rivelati irrealistici, mentre i ricavi previsti erano stati gonfiati. Un documento interno, analizzato dal Wall Street Journal, descrive gravi problemi organizzativi e tecnici, legati anche al timore di contraddire il principe. Molti dirigenti hanno approvato piani insostenibili o nascosto le difficoltà.

Attualmente è in costruzione solo un piccolo tratto di “The Line”, chiamato Hidden Marina, lungo 2,5 chilometri, con 80mila case, 9mila camere d’albergo e spazi per 200mila abitanti. Entro il 2034 dovrebbe esserne completata solo una parte, circa 1,5 chilometri, comprensiva di uno stadio per i Mondiali di calcio del 2034.

Il progetto originario era di tutt’altra scala: realizzare 16 chilometri entro il 2030 e l’intera struttura entro il 2080 avrebbe richiesto quantità enormi di acciaio e vetro, superiori a quelle necessarie per costruire tre volte i grattacieli di Manhattan in dieci anni. I costi stimati oggi superano gli 8.100 miliardi di euro, quasi 8 volte il PIl dell'Arabia.

A rallentare ulteriormente i lavori contribuiscono problemi logistici: mancano infrastrutture, strade, forza lavoro e persino una rete elettrica adeguata. Eppure, il progetto mantiene ambizioni quasi fantascientifiche, come un parco sospeso a 300 metri d’altezza o un grattacielo di vetro “appeso” a un ponte d’acciaio, ideato dallo scenografo dei film Marvel Olivier Pron.

Bin Salman continua a opporsi a ogni ridimensionamento, rifiutando perfino di abbassare l’altezza dei grattacieli. Nel frattempo, gli altri progetti di NEOM — come la località sciistica di Trojena o l’isola di lusso Sindalah — stanno subendo ritardi e aumenti di costo.

La visione del principe resta ambiziosa, ma “The Line” rischia di diventare il simbolo della megalomania.

VIDEO

lunedì 16 marzo 2026

Guerre e petrolio, ieri e oggi

Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio è aumentato molto a causa della guerra tra Stati Uniti e Iran. Quando scoppiano conflitti in Medio Oriente, i mercati dell’energia reagiscono subito, perché quella regione produce una grande parte del petrolio mondiale. In particolare, il conflitto ha reso difficile il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo da cui transita circa il 20% del petrolio del pianeta. Se le navi non riescono a passare, il petrolio arriva meno facilmente nei paesi che ne hanno bisogno e il prezzo sale. Per questo il prezzo del petrolio è salito rapidamente dai 70 dollari al barile fino a oltre 100 , con picchi fino a 120.

Ma questa non è la prima volta che una crisi internazionale provoca un forte aumento del prezzo del petrolio. Un esempio famoso è la prima crisi petrolifera del 1973. In quell’anno alcuni paesi arabi decisero di ridurre o bloccare la vendita di petrolio ai paesi occidentali dopo la guerra del Kippur tra Israele e alcuni stati arabi. Il prezzo del petrolio passò in pochi mesi da circa 3 dollari a quasi 12 dollari al barile, cioè quadruplicò. Se traduciamo quei prezzi nei valori di oggi, significa che il petrolio passò da circa 40 dollari a 160 in pochi mesi.

La crisi del 1973 ebbe effetti molto visibili: benzina più cara, inflazione, e persino limitazioni all’uso dell’auto in alcuni paesi. In Italia, per esempio, furono introdotte le “domeniche a piedi”, quando le auto non potevano circolare per risparmiare carburante. Allora venne usato il termine Austerity. Se consideriamo che allora gli edifici erano riscaldati prevalentemente con  il gasolio la situazione fu più grave.

Oggi è leggermente diverso: la popolazione fa ricorso al petrolio soprattutto per l'acquisto di benzina e gasolio per i mezzi di trasporto, che tra l'altro oggi consumano molto meno di allora, mentre gli edifici funzionano a gas (anche se il prezzo del gas è ancorato al prezzo del petrolio e quindi aumenta uno, prima o poi aumenta anche l'altro). Nella produzione di energia elettrica oggi siamo un po' più sganciati dai combustibili fossili: le rinnovabili ormai contribuiscono quasi per il 50%. Inoltre il benessere oggi è più generalizzato e quindi l'aumento viene assorbito con meno paura.

lunedì 9 marzo 2026

Perché l'aereo costa meno del treno?

Viaggiare in treno è una scelta più ecologica, ma spesso anche più costosa. Se per andare da Milano a Roma un biglietto dell’alta velocità può costare 90 euro, un volo sulla stessa tratta si trova anche a metà prezzo. Lo stesso vale per i viaggi europei: da Milano a Parigi o Londra, l’aereo risulta spesso più economico, nonostante il treno abbia un impatto ambientale molto più basso.

Il treno infatti produce molte meno emissioni di gas serra rispetto all’aereo. Un passeggero nella tratta Milano-Roma se viaggia in treno produce circa 10 Kg di CO2, mentre se viaggia in aereo ne produce circa 70, quindi 7 volte di più.  Sulle tratte medio-corte è anche competitivo nei tempi di viaggio, perché non richiede il trasferimento in aeroporto o i controlli di sicurezza. Eppure, i costi per chi sceglie la ferrovia rimangono alti.

La principale ragione è economica. Costruire e mantenere le linee ferroviarie costa molto: binari, ponti, stazioni, elettrificazione e manutenzione richiedono spese continue. Al contrario, un aereo vola in uno “spazio libero” che non ha bisogno di essere costruito o mantenuto. Inoltre, ogni compagnia ferroviaria deve pagare le tariffe di accesso ai binari (TAC), cioè una commissione ai gestori delle infrastrutture per ogni chilometro percorso. Queste tariffe, che in Europa possono arrivare fino a 16 euro per chilometro, vengono poi scaricate sul prezzo dei biglietti.

Le compagnie aeree invece godono di agevolazioni fiscali: non pagano accise (tasse) sul carburante (il cherosene) e i biglietti sono esenti dall’IVA. Questi vantaggi permettono di mantenere prezzi più bassi e di offrire biglietti promozionali a costi molto ridotti, cosa che le ferrovie non possono permettersi.

In Italia, la concorrenza tra Trenitalia e Italo ha migliorato la situazione: i prezzi dell’alta velocità tra Milano e Roma sono scesi e il treno è diventato una valida alternativa all’aereo. Ma nel resto d’Europa la situazione resta squilibrata. Secondo Greenpeace, viaggiare in treno costa più che volare nel 60% delle tratte europee, e in Italia addirittura nell’88% dei collegamenti internazionali.

Alcuni Paesi stanno cercando di cambiare le cose. In Francia, per esempio, è vietato volare su tratte interne che si possono percorrere in treno in meno di due ore e mezza. L’obiettivo è spingere le persone a scegliere mezzi più sostenibili e ridurre l’inquinamento. Nel frattempo i governi dovrebbero spostare le agevolazioni fiscali dall'aereo al treno.

Finché però i biglietti del treno resteranno più cari degli aerei, sarà difficile convincere i viaggiatori a fare la scelta più ecologica. Rendere il trasporto ferroviario più accessibile è una sfida cruciale per il futuro del clima e della mobilità in Europa.

lunedì 2 marzo 2026

Avere tanti follower sui social non significa più niente

Essere famosi sui social non è più “cool” come sembra. Fino a pochi anni fa sembrava una regola fissa: più follower hai, più conti. Avere migliaia o milioni di seguaci sui social era visto come un segno di successo, popolarità e importanza. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Anzi, per molti avere troppi follower non è più un vantaggio, ma quasi un difetto.

Chi usa spesso Instagram, TikTok o altri social lo ha notato: cresce il fastidio per profili tutti uguali, super curati, pieni di pubblicità e costruiti solo per piacere agli algoritmi. In mezzo a questo rumore, stanno diventando più interessanti gli account di nicchia: piccoli, imperfetti, non commerciali, a volte persino strani. Profili che sembrano più veri, più liberi, più umani.

Secondo l’esperto di cultura digitale Kyle Chayka, oggi i grandi numeri non dicono più molto. I social sono diventati maturi, pieni di automatismi e di intelligenza artificiale. Molti follower sono bot, account inattivi o comprati. Altri arrivano automaticamente perché una persona è già famosa fuori da Internet. In questi casi, il numero non misura davvero l’influenza o la qualità di ciò che viene pubblicato.

Esiste poi un fenomeno curioso: persone molto competenti nel mondo dei social, come i social media manager, che sul lavoro creano contenuti perfetti, ma sui loro profili personali pubblicano apposta foto storte, testi confusi e senza strategia.

La vera svolta è capire che sui social, se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu. Chi vuole guadagnare online deve per forza coltivare un grande pubblico e adattarsi a ciò che funziona meglio per gli algoritmi. Per questo, oggi, avere pochi follower può essere visto come un segno di indipendenza: significa che non dipendi dai like.

Si sta ribaltando un altro mito: non è vero che seguire più persone di quante ti seguano sia imbarazzante. Anzi, potrebbe indicare che sei curioso, che osservi gli altri e che vivi di più fuori dai social, più autenticità nella vita reale.