lunedì 9 febbraio 2026

Olimpiadi invernali: ma come si fa a scivolare sulla neve?

Quando vediamo uno sciatore scendere lungo una pista innevata, sembra quasi magia: gli sci scorrono veloci e silenziosi sulla neve. In realtà, dietro questa sensazione di leggerezza si nasconde una spiegazione scientifica molto affascinante. La prima cosa da capire è che lo sci non scivola semplicemente perché la neve è liscia. Anzi, la neve può essere anche piuttosto ruvida. Il vero protagonista è l’attrito, cioè quella forza che di solito rallenta il movimento quando due superfici sono a contatto. Nel caso degli sci, però, l’attrito viene “controllato” in modo intelligente.

Mentre lo sci si muove, si produce calore: pressione e calore insieme fanno sciogliere una quantità minuscola di neve, creando uno strato sottilissimo di acqua tra lo sci e la superficie innevata. Questo strato è invisibile a occhio nudo, ma è sufficiente per ridurre moltissimo l’attrito. In pratica, lo sci non scivola direttamente sulla neve solida, ma su una specie di micro-cuscino d’acqua, un po’ come succede quando si pattina sul ghiaccio.

Per molto tempo si è pensato che fosse solo l’acqua a permettere lo scivolamento, ma la scienza moderna ha scoperto che le cose sono un po’ più complesse. A velocità basse conta molto anche la forma dei cristalli di neve e il modo in cui lo sci li schiaccia e li spezza. A velocità più alte, invece, lo strato d’acqua diventa più importante. Anche la temperatura gioca un ruolo fondamentale: una neve troppo fredda o troppo bagnata può far scivolare peggio gli sci.

Un altro elemento chiave è la parte inferiore dello sci, chiamata soletta. Non è completamente liscia, ma presenta microscopici solchi che servono a gestire l’acqua sotto lo sci e a migliorare la scorrevolezza. Proprio per questo gli sci vengono sciolinati: la sciolina aiuta a ridurre l’attrito e a far scorrere meglio lo sci nelle diverse condizioni di neve.

lunedì 2 febbraio 2026

Clima, commercio e sicurezza, l’Artico sta cambiando il mondo

Quando pensiamo al cambiamento climatico, immaginiamo spesso ghiacciai che si sciolgono o temperature che aumentano. Ma il clima sta cambiando anche l’economia, la politica e la sicurezza mondiale. Un luogo chiave di questi cambiamenti è l’Artico, una regione che fino a poco tempo fa sembrava lontana e poco importante.

Per secoli europei e americani hanno cercato di trovare un “passaggio a Nord Ovest”, cioè una rotta navale che collegasse l’Atlantico al Pacifico passando a nord del Canada. Oggi, invece, è la Cina a puntare su un’altra via: il passaggio a Nord Est, che corre a nord della Siberia, nell’Oceano Artico. A causa del riscaldamento globale, i ghiacci si stanno riducendo e questa rotta è navigabile per alcuni mesi all’anno.

Nel settembre 2025 una nave portacontainer cinese, la Istanbul Bridge, ha inaugurato un servizio regolare chiamato China–Europe Arctic Express. Partita dai porti cinesi, ha raggiunto il Nord Europa in soli 18 giorni, contro i 40–50 necessari passando dal Canale di Suez. Questo enorme risparmio di tempo significa meno carburante, meno costi e maggiore sicurezza, perché si evitano zone pericolose come il Mar Rosso, dove pirati e missili hanno messo a rischio molte navi.

Ecco spiegato perché gli Stati Uniti mostrano tanto interesse per la Groenlandia. Inoltre quest’isola è probabilmente ricca di minerali importanti e si trova in una posizione strategica per il controllo dei missili e delle rotte artiche. Non a caso si parla sempre più spesso di una vera e propria “battaglia per il controllo dell’Artico”.

Per ora questa rotta funziona solo in estate e all’inizio dell’autunno, quando i ghiacci si ritirano. Tuttavia, la Cina guarda al futuro e spera di rendere l’Artico un corridoio commerciale stabile, investendo in navi rinforzate e in sistemi satellitari che monitorano i ghiacci in tempo reale. Non è solo una scelta economica, ma anche politica: Pechino vuole dimostrare di poter collegare Asia ed Europa senza dipendere da rotte controllate da altri Paesi.

Questi cambiamenti influenzano anche l’Europa. I grandi porti del Nord come Rotterdam, Amburgo o Danzica potrebbero diventare ancora più importanti, mentre quelli del Mediterraneo, compresi quelli italiani, rischiano di perdere centralità.

Clima, fisica, geografia ed economia oggi sono più legati che mai. Capire questi cambiamenti è fondamentale per costruire un futuro più sicuro e sostenibile.

lunedì 26 gennaio 2026

RAEE, cosa sono e perché sono importanti

I RAEE sono i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. In pratica, sono tutti quegli oggetti che funzionano con la corrente o con le batterie e che non usiamo più: smartphone, computer, televisori, frigoriferi, lavatrici, lampadine, caricabatterie. Anche se sembrano solo “spazzatura”, i RAEE sono rifiuti molto speciali.

Da un lato possono essere pericolosi per l’ambiente, perché contengono sostanze tossiche come piombo, mercurio o gas refrigeranti. Dall’altro lato sono una miniera urbana, perché al loro interno ci sono materiali preziosi: rame, alluminio, ferro, plastica e perfino piccole quantità di oro e argento.

Come sta andando la raccolta

In Italia la raccolta dei RAEE è in crescita, ma non abbastanza. Ogni anno se ne producono molti più di quelli che vengono raccolti correttamente. In media ogni cittadino consegna circa 6 kg di RAEE all’anno, mentre l’obiettivo europeo è quasi il doppio. Questo significa che molti dispositivi finiscono ancora nei rifiuti sbagliati o restano dimenticati nei cassetti.

In Europa la situazione è migliore rispetto ad altre parti del mondo, ma anche qui non si raggiungono sempre gli obiettivi fissati dall’Unione Europea. Nel mondo, il problema è ancora più grande: i rifiuti elettronici aumentano velocemente, ma solo circa un quarto viene riciclato in modo corretto. Il resto finisce in discariche illegali o viene trattato in modo pericoloso per le persone e l’ambiente.

Dove si portano i RAEE

I RAEE vanno portati negli ecocentri comunali oppure nei negozi di elettronica. Se compri un nuovo elettrodomestico, il negozio deve ritirare gratuitamente quello vecchio. Nei prossimi mesi nella nostra scuola verrà posizionata una colonnina di raccolta in cui potremo depositare i nostri piccoli Raee da smaltire.

Come si riciclano e cosa se ne ricava

Una volta raccolti, i RAEE vengono portati in impianti specializzati. Qui vengono smontati e divisi per materiali. I metalli vengono fusi e riutilizzati, le plastiche riciclate, il vetro recuperato. In questo modo si ottengono nuove materie prime, riducendo l’inquinamento e il bisogno di estrarre nuove risorse dalla Terra.

Riciclare correttamente i RAEE significa proteggere l’ambiente, risparmiare energia e costruire un futuro più sostenibile. Anche piccoli gesti, come buttare un vecchio telefono nel posto giusto, possono fare una grande differenza.

lunedì 19 gennaio 2026

Ecoansia

L’ecoansia è quella sensazione di preoccupazione, paura o tristezza legata al futuro del nostro pianeta. Può nascere quando leggiamo notizie sul riscaldamento globale, vediamo incendi, alluvioni o siccità in televisione, o semplicemente ci accorgiamo che la natura intorno a noi sta cambiando. È come se il peso dei problemi ambientali ci cadesse addosso tutto insieme, facendoci sentire impotenti. Da una parte c’è il desiderio di proteggere la Terra, dall’altra la sensazione che le decisioni importanti siano sempre nelle mani degli adulti. Ed è qui che nasce l’ansia: “Riusciremo a fermare i cambiamenti climatici? Ci sarà ancora un futuro sicuro per noi?”.

Tuttavia se proviamo queste sensazioni significa che siamo sensibili, che ci importa davvero del mondo in cui viviamo. Il problema è quando questa preoccupazione diventa così grande da bloccarci, togliendoci energia e speranza. Come tenerla a bada?

Un buon punto di partenza è informarsi in modo equilibrato. Leggere continuamente notizie catastrofiche può alimentare la paura. Meglio cercare anche storie positive: ci sono tanti scienziati, comunità e giovani che ogni giorno lavorano per trovare soluzioni e ridurre i danni ambientali. Un altro passo è trasformare l’ansia in azione. Fare piccole scelte quotidiane — come ridurre la plastica, usare la bici o partecipare a iniziative ecologiche — ci dà la sensazione di avere un ruolo attivo. Anche se da soli non possiamo salvare il mondo, ogni gesto diventa parte di un movimento più grande.

È utile poi condividere i propri pensieri. Parlare con amici, insegnanti o familiari aiuta a sentirsi meno soli. A volte basta scoprire che altri provano le stesse emozioni per ridurre l’ansia. Infine, ricordiamoci di prenderci cura di noi stessi. Passare del tempo nella natura, fare sport, disegnare, ascoltare musica: tutto questo non “risolve” il cambiamento climatico, ma ci dà la forza per affrontarlo senza sentirci sopraffatti.

L’ecoansia ci ricorda che amiamo il nostro pianeta ed è una spinta a costruire un futuro migliore.

lunedì 12 gennaio 2026

Dalle cassette a Spotify: la musica che cambia forma

La musica è sempre stata una compagna fedele nelle nostre vite, ma il modo in cui l'ascoltiamo è cambiato radicalmente nel tempo. Se oggi possiamo scegliere tra milioni di brani con un click, non è sempre stato così. Ripercorriamo insieme l'evoluzione dei supporti musicali, dai formati analogici alle piattaforme digitali.

Gli inizi: il vinile e la musica domestica

Nel XX secolo, il vinile dominava le case degli appassionati di musica. Con i suoi 33 giri, permetteva di ascoltare interi album senza interruzioni. Le copertine degli LP erano vere e proprie opere d'arte, e la qualità del suono analogico aveva un fascino tutto suo. 

La rivoluzione portatile: le cassette

Negli anni '60, Philips introdusse la musicassetta, un formato che cambiò il modo di ascoltare musica. Compatte e facili da usare, le cassette permisero alle persone di registrare e condividere la loro musica preferita. Nel 1979, Sony lanciò il Walkman, il primo lettore portatile di cassette, rendendo possibile ascoltare musica ovunque. 

L'era del digitale: CD e MP3

Negli anni '80, il Compact Disc (CD) sostituì progressivamente il vinile grazie alla sua maggiore durata e qualità del suono. Con l'arrivo degli MP3 negli anni '90, la musica divenne digitale e facilmente condivisibile. Dispositivi come l'iPod permisero di portare migliaia di brani in tasca, cambiando per sempre le abitudini di ascolto. 

La musica liquida: lo streaming

Oggi, piattaforme come Spotify, lanciata nel 2008, offrono accesso istantaneo a milioni di brani in streaming. Non è più necessario possedere fisicamente la musica: basta una connessione internet per ascoltare ciò che si desidera, quando si vuole. 

lunedì 5 gennaio 2026

Tutto quello che leggo è vero?

Viviamo in un mondo in cui l’informazione è ovunque: social network, messaggi, video, articoli online. Basta un click per avere accesso a notizie su qualsiasi argomento, dall’ultima scoperta scientifica ai consigli su come vivere meglio. Ma questo enorme flusso di informazioni porta con sé un problema: non tutto ciò che leggiamo è vero. Anzi, spesso non lo è affatto. Le cosiddette “fake news”, le notizie false create per ingannare o manipolare, sono diventate un fenomeno molto diffuso e, soprattutto, difficile da riconoscere.

Una fake news può sembrare una notizia normale, scritta con toni convincenti e accompagnata da immagini o video che danno l’impressione di autenticità. Spesso vengono condivise sui social perché fanno leva sulle emozioni: indignazione, paura, sorpresa o rabbia. È più facile che una notizia che suscita forti emozioni venga condivisa senza pensarci, e così il falso si diffonde più rapidamente del vero. Il problema è che, anche se possiamo credere di essere attenti, tutti possiamo cadere in questo tranello: anche un fatto inventato può sembrare reale se viene presentato nel modo giusto.

Per questo è importante imparare a non fidarsi ciecamente di tutto quello che leggiamo. Un buon punto di partenza è chiedersi: chi ha scritto questa notizia? Mi posso fidare? Scrive per proteggere dei suoi interessi o le sue argometazioni sono obiettive? Esistono altre fonti affidabili che la confermano? È recente o potrebbe essere vecchia ma riproposta come se fosse nuova? Controllare più fonti, leggere con attenzione e non limitarsi ai titoli sensazionali aiuta a distinguere ciò che è vero da ciò che è ingannevole.

Inoltre, bisogna fare attenzione anche ai nostri stessi comportamenti online. Condividere una notizia senza verificarla può diffondere falsità, contribuendo involontariamente a creare confusione. Essere critici non significa diventare scettici su tutto, ma imparare a riconoscere la differenza tra informazioni affidabili e bufale.

In un mondo in cui la quantità di informazioni cresce ogni giorno, la capacità di distinguere il vero dal falso diventa una competenza fondamentale. Non si tratta solo di proteggere se stessi dall’inganno, ma anche di aiutare gli altri a navigare in modo consapevole nel mare di notizie che ci circonda. La prossima volta che leggiamo qualcosa che sembra incredibile, invece di condividerla subito, fermiamoci un attimo: chiediamoci se è davvero vera. Questa piccola pausa può fare una grande differenza.

lunedì 29 dicembre 2025

ChatGPT e i supercomputer

Dove vive fisicamente Chat GPT? Forse non te lo aspetteresti ma non vive in un unico computer. Vive in una squadra di computer, chiamata cluster. Ogni computer ha un compito preciso e lavora insieme agli altri per produrre la risposta giusta. È come se tu e i tuoi amici doveste spostare cento casse da una stanza all’altra: se lo fai da solo ci metteresti giorni, ma se ognuno prende qualche cassa, tutto diventa veloce e semplice. E se uno di voi inciampa, gli altri continuano a lavorare senza problemi. Questo è il motivo per cui ChatGPT riesce a rispondere a milioni di persone in tutto il mondo contemporaneamente, senza rallentare.

Un supercomputer come Leonardo o NeXXt AI Factory di fastweb  o LUMI in Finlandia è invece diverso: è veramente un grande unico computer di solito usato in ambito scientifico.  I supercomputer non parlano con le persone come fa ChatGPT, ma fanno calcoli incredibilmente complicati. Potresti pensare a LUMI come a quindicimila computer da gaming messi insieme a fare lo stesso lavoro nello stesso momento. Risolvono problemi enormi, come prevedere il clima, studiare il DNA o creare nuovi materiali. Sono potentissimi, ma servono a scopi scientifici, non a chiacchierare.

Quindi, mentre ChatGPT è una squadra di computer intelligenti (comunque molto grandi e potenti, niente di paragonabile ad un pc) che lavorano insieme per rispondere a te, i supercomputer sono mostri di potenza che risolvono enigmi impossibili per un singolo computer. Entrambi usano tecnologie simili, calcoli velocissimi e computer super potenti, ma ognuno ha il suo compito: uno per parlare, l’altro per capire l’universo.