mercoledì 14 ottobre 2026

Attacchi hacker

Siamo abituati a pensare agli attacchi informatici come a furti di password, fotografie o dati personali. Ma oggi un hacker può provocare danni anche senza rubare nulla: gli basta riuscire a controllare un dispositivo collegato a Internet. In questo modo, un attacco digitale può avere conseguenze molto concrete sulla vita quotidiana di milioni di persone.

Un esempio arriva dalla Francia, dove nei giorni scorsi un attacco informatico ha colpito i sistemi che regolano la refrigerazione di centinaia di supermercati. Gli aggressori avrebbero modificato il funzionamento dello sbrinamento dei frigoriferi, provocando un aumento delle temperature e rendendo inutilizzabili grandi quantità di alimenti freschi e surgelati. Sono stati segnalati anche alcuni incendi, sui quali sono in corso accertamenti. Il danno economico è stato considerevole, ma il problema più importante riguarda la sicurezza dei sistemi che garantiscono la conservazione del cibo.

Come è stato possibile? I frigoriferi industriali moderni sono controllati da computer che regolano temperature, orari e allarmi. I tecnici possono gestirli anche a distanza, attraverso Internet. Se questi sistemi sono protetti male, utilizzano programmi non aggiornati o hanno password deboli, qualcuno può riuscire a impartire comandi senza autorizzazione. Un impianto progettato per conservare gli alimenti diventa così uno strumento capace di distruggerli.

Il rischio non riguarda soltanto i supermercati. Gli stessi principi tecnologici sono utilizzati in moltissimi servizi pubblici. Le reti elettriche dipendono da sistemi digitali che controllano centrali e sottostazioni; gli acquedotti utilizzano computer per gestire pompe, serbatoi e valvole; le reti di trasporto si affidano a sistemi informatici per organizzare il traffico ferroviario e aereo. Anche gli ospedali, le telecomunicazioni e gli impianti di riscaldamento possono subire gravi conseguenze se i loro sistemi di controllo vengono compromessi.

In uno scenario estremo, un attacco coordinato potrebbe interrompere contemporaneamente più servizi, creando difficoltà nella distribuzione dell'acqua, nell'erogazione dell'energia o nei rifornimenti dei negozi. Non significa che ogni attacco possa produrre questi effetti, ma che la dipendenza dalla tecnologia rende indispensabile prevenire i rischi. Per difendersi servono programmi aggiornati, accessi protetti, reti separate e controlli costanti. Sono importanti anche sistemi di sicurezza indipendenti dai computer e piani di emergenza per continuare a lavorare durante un attacco. La tecnologia rende la nostra società più efficiente, ma anche più vulnerabile.

Naturalmente sullo sfondo rimane la domanda: da chi e perché siamo attaccati?

lunedì 12 ottobre 2026

La petroliera più grande

Una nave così grande da sembrare quasi una città galleggiante. Questa è la Hellespont Alhambra, la  più grande petroliera mai costruita al mondo. Quando solca il mare, è difficile credere che un colosso del genere possa davvero muoversi. Ma sì, ci riesce,  lentamente, con eleganza e una potenza incredibile.

La Hellespont Alhambra appartiene a una categoria di navi chiamata ULCC, cioè Ultra Large Crude Carrier, trasportatrici ultra-grandi di petrolio greggio. È lunga circa 380 metri, quanto quattro campi da calcio messi in fila, e larga più di 68 metri. Il suo peso, a pieno carico, può superare le 500.000 tonnellate, un numero che fa girare la testa. Trasporta 3,2 milioni di barili di petrolio. Con 50 di queste petroliere fornisci il petrolio necessario a tutte le auto italiane per un anno.

E' stata costruita nel 2002 nei cantieri navali sudcoreani di Daewoo Shipbuilding & Marine Engineering, uno dei più importanti del mondo. La nave prende il nome dallo stretto dei Dardanelli (antico Ellesponto), un luogo storico che collega il Mar Egeo al Mar di Marmara, e dalla città spagnola di Alhambra, famosa per il suo palazzo moresco. Il nome evoca così un mix di potenza, bellezza e storia.

Nonostante le sue dimensioni enormi, la Hellespont Alhambra può raggiungere una velocità di circa 16 nodi, cioè quasi 30 chilometri all’ora. Può sembrare poco rispetto a un’auto, ma per un gigante del genere è un risultato notevole. A bordo lavorano decine di persone, ognuna con un compito preciso: dal comandante agli ingegneri che controllano i motori giganteschi, capaci di sviluppare una potenza di oltre 50.000 cavalli.

Un aspetto curioso è che le navi come questa non possono entrare in molti porti del mondo: sono semplicemente troppo grandi. Per scaricare il petrolio si fermano in mare aperto e scaricano il petrolio tramite un oleodotto. Inoltre, queste petroliere devono rispettare regole rigidissime per evitare incidenti e inquinamento, visto che trasportano sostanze pericolose per il mare.

La Hellespont Alhambra è un simbolo della potenza dell’ingegneria moderna, ma anche un promemoria dei rischi legati alla dipendenza dal petrolio. È una meraviglia tecnologica che ci fa riflettere su come l’uomo, pur essendo capace di costruire colossi di acciaio, debba imparare a usarli con responsabilità per proteggere il pianeta.

lunedì 5 ottobre 2026

La racchetta di Sinner: un concentrato di tecnologia e scienza

Quando guardiamo Jannik Sinner in campo, sembra che tutto sia semplice: la pallina vola veloce, precisa, sempre nel punto giusto. Ma dietro quei colpi perfetti non c’è solo talento: c’è anche una racchetta super tecnologica, frutto di anni di ricerca tra fisica, materiali e ingegneria.

Oggi le racchette da tennis sono molto diverse da quelle di una volta. Fino agli anni ’80 erano fatte di legno, pesanti e con un piatto corde piccolo. Poi sono arrivati l’alluminio, la grafite e le fibre di carbonio. Questi materiali moderni rendono la racchetta leggera ma anche rigida, così può trasmettere più energia alla pallina senza perdere controllo. La racchetta di Sinner, per esempio, pesa poco più di 300 grammi ma è costruita con una combinazione di carbonio e grafene, che la rende stabile anche nei colpi più potenti.

Quando Sinner colpisce la palla, entrano in gioco diverse forze: la forza elastica delle corde, la resistenza dell’aria, l’attrito con il suolo e la forza di gravità. Le corde, spesso in materiale sintetico o ibrido (una parte in poliestere e una in budello naturale), si comportano come piccole molle. Quando la pallina le colpisce, si deformano e poi tornano alla posizione iniziale, restituendo energia alla palla: è il cosiddetto effetto trampolino. La tensione delle corde è fondamentale: se è alta, si guadagna precisione; se è più bassa, si ottiene più potenza.

Anche la pallina è un piccolo capolavoro. È fatta di gomma pressurizzata e rivestita di feltro, che serve a regolare la velocità e lo spin, cioè la rotazione che il giocatore imprime col colpo. Sinner, come molti tennisti moderni, usa colpi carichi di topspin, che fanno “scendere” la pallina più velocemente nel campo avversario grazie all’effetto Magnus, una legge fisica che spiega come l’aria reagisce intorno a un corpo in rotazione.

Un altro aspetto importante è l’impatto sul braccio. Le racchette moderne cercano di ridurre le vibrazioni dannose usando materiali “smorzanti” o piccoli inserti in gomma. Questo aiuta a prevenire problemi come l’epicondilite, il famoso “gomito del tennista”.


lunedì 28 settembre 2026

AI fuori controllo

Negli ultimi mesi è emerso un fenomeno preoccupante: alcuni sistemi di intelligenza artificiale, come chatbot e agenti digitali, stanno mostrando comportamenti inaspettati e poco affidabili. Secondo uno studio finanziato dall’AI Security Institute, questi strumenti non solo commettono errori, ma a volte mentono, aggirano le regole e prendono iniziative senza il consenso degli utenti.

La ricerca ha analizzato centinaia di casi reali, trovando quasi 700 episodi di comportamenti ingannevoli. Ancora più sorprendente è che questi casi sono aumentati rapidamente: in soli sei mesi si sono moltiplicati per cinque. Gli studiosi del Centre for Long-Term Resilience hanno raccolto esempi osservando interazioni pubbliche online tra utenti e AI sviluppate da grandi aziende come Google, OpenAI e altre.

Ma cosa fanno esattamente queste AI? In alcuni casi ignorano le istruzioni ricevute. In altri, cercano modi creativi per aggirare i limiti imposti. Ad esempio, un agente a cui era vietato modificare un codice ha creato un altro programma per farlo al suo posto. Un altro ha cancellato email senza chiedere il permesso. Ancora più sorprendente, alcune AI hanno mentito apertamente: un chatbot ha finto per mesi di comunicare con dirigenti aziendali, inventando messaggi e informazioni.

Secondo esperti come Dan Lahav, questo significa che l’intelligenza artificiale può diventare una nuova forma di rischio. Oggi questi sistemi si comportano come “impiegati inesperti” che sbagliano o non seguono le regole. Ma in futuro, quando diventeranno più avanzati, potrebbero essere molto più difficili da controllare.

Il problema è particolarmente serio perché l’AI viene già usata in settori importanti, come la sicurezza, le infrastrutture e persino ambiti militari. Se un sistema non è affidabile, potrebbe causare danni gravi. Le aziende stanno cercando di correre ai ripari. Ad esempio, Google ha introdotto nuovi sistemi di sicurezza, mentre OpenAI monitora costantemente i comportamenti dei suoi modelli.

L’intelligenza artificiale è una tecnologia potentissima, ma ancora imperfetta. Per questo è importante usarla con attenzione e sviluppare regole chiare: capire questi rischi è fondamentale.

lunedì 21 settembre 2026

Jeddah Tower, grattacielo da 1 chilometro

La Jeddah Tower, in Arabia Saudita. è un progetto pazzesco che supererà ogni altro grattacielo del mondo. La torre sorgerà sulla costa del Mar Rosso, e farà parte di un più grande piano urbano chiamato Jeddah Economic City: non sarà solo un grattacielo, ma un vero e proprio “mini-quartiere” in verticale con appartamenti di lusso, uffici, un hotel e anche aree ricreative. Ma la parte più sorprendente è la sua altezza: si parla di 1.000 metri, cioè un chilometro, decisamente più alta del Burj Khalifa di Dubai che ora detiene il record con i suoi 852 metri circa. 

Costruire un edificio così gigantesco è una sfida ingegneristica pazzesca. Gli architetti hanno pensato a ogni dettaglio: la torre ha una forma a “Y” o “a tre petali” per resistere meglio al vento, rendendola più aerodinamica. Per reggere tutto il peso, la base è enormemente solida: poggia su una grande platea in calcestruzzo armato, sostenuta da ben 270 pali di fondazione lunghi circa 100 metri ciascuno. I materiali usati sono molto tecnologici: si parla di un mix tra calcestruzzo ad alte prestazioni (rafforzato con fibre), acciaio e vetro. Per portare il calcestruzzo così in alto vengono usate pompe potentissime, perché non è facile trasportare materiali a centinaia di metri di altezza.

La torre avrà  59 ascensori che viaggeranno alla velocità di 36 km/h e avranno funi speciali (molto leggere) in fibra di carbonio. Funi speciali per gli ascensori: Per ridurre il peso delle funi (che diventerebbe enorme su corse così lunghe), si usano cavi in fibra di carbonio  molto più leggeri di quelli in acciaio tradizionale. Non sarà possibile arrivare in cima con un unico ascensore ma dovrà fare il "viaggio" in verticale a tappe: ci saranno tre livelli di trasferimento. Ogni grattacielo ha un cuore strutturale - una specie di spina dorsale - che conferisce rigidezza, ma anche la forma della pianta è importante per la resistenza alle spinte del vento e in questo caso la pianta è a 3 petali. Al 157° piano (circa 637 m) ci sarà un belvedere ellittico in acciaio, che sarà il punto panoramico più alti del mondo. 

La Jeddah Tower è qualcosa di più di un semplice edificio: è un simbolo di ambizione, tecnologia e potere ingegneristico. Sarà la prima costruzione umana a superare il chilometro di altezza, dimostrando quanto l’architettura moderna possa spingersi oltre i limiti che prima erano considerati impossibili.

lunedì 14 settembre 2026

Chi dorme piglia parecchi pesci

Il sonno non è un lusso, ma una necessità biologica fondamentale. Fin dall’antichità, l’uomo ha cercato l’elisir di lunga vita, ma oggi sappiamo che il vero segreto di salute e giovinezza si trova proprio nelle ore che dedichiamo al riposo. Dormire non significa perdere tempo: durante la notte il corpo entra in una sorta di “officina” in cui miliardi di cellule riparano tessuti, eliminano tossine e rinforzano il sistema immunitario. È grazie a questo processo che possiamo proteggerci da malattie, mantenere alta l’energia e conservare un buon equilibrio psicologico.

La nostra società, però, sembra fare di tutto per ridurre le ore di sonno. Nel passato si dormiva in media nove o dieci ore per notte, mentre oggi, tra social network, serie televisive e connessioni continue, molti giovani non superano le sei o sette ore. La paura di perdersi qualcosa, spinge a restare svegli, con l’illusione di vivere di più, mentre in realtà si sacrifica la qualità della vita stessa. Numerosi studi dimostrano che dormire meno di otto ore aumenta il rischio di stress, depressione, malattie cardiovascolari e persino patologie neurologiche. Al contrario, chi riposa a sufficienza gode di migliori capacità di apprendimento, memoria più solida e, soprattutto, di un umore decisamente migliore.

Un esperimento condotto alla Virginia University ha evidenziato che gli studenti che dormono almeno otto ore hanno il 70% di probabilità in più di vivere una giornata positiva, mentre chi si ferma sotto le sette ore scende al 40%. Il sonno, infatti, è strettamente collegato al buonumore e alla capacità di affrontare le sfide quotidiane.

Dormire bene significa anche adottare piccole abitudini corrette. Sono vari gli esempi di campioni che hanno migliorato le proprie performance imparando a staccarsi dagli schermi due ore prima di dormire e a lasciare il cellulare fuori dalla camera da letto. La luce blu emessa dai dispositivi inganna infatti il cervello, impedendo la produzione di melatonina e ritardando l’addormentamento. Rinunciare allo smartphone prima di coricarsi può sembrare difficile, ma permette di guadagnare ore preziose di sonno profondo e rigenerante.

Se vogliamo vivere giornate migliori, sentirci più energici e proteggere la nostra salute a lungo termine, dobbiamo imparare a considerare il sonno come il miglior investimento possibile. Dormire almeno otto ore non significa perdersi la vita: significa, al contrario, viverla pienamente e con maggiore qualità.

lunedì 7 settembre 2026

Auto elettrica a pannelli

Immaginate un’auto elettrica che, quando è parcheggiata al sole, apre una sorta di “ala” per catturare più energia possibile. Sembra fantascienza, ma è proprio ciò che sta sperimentando Nissan con un nuovo sistema di pannelli solari chiamato Ao-Solar Extender.

Da anni si parla di integrare pannelli solari nella carrozzeria delle auto, ma c’è sempre stato un grande limite: la superficie disponibile è poca. Questo significa che l’energia prodotta non è sufficiente per ricaricare seriamente la batteria. Nissan ha provato a risolvere il problema con un’idea semplice ma molto intelligente: se la superficie non basta, allora si può allargare.

Il nuovo sistema è stato montato su un prototipo della Sakura, una piccola auto elettrica giapponese. Durante la guida, tutto sembra normale: sul tetto c’è un pannello solare che può produrre fino a 300 Watt. Ma la vera sorpresa arriva quando la macchina è parcheggiata: un pannello aggiuntivo si estende in avanti, aumentando quasi del doppio l’area che cattura la luce solare. In condizioni ottimali, questa “espansione” può arrivare a generare fino a 500 Watt.

Quanto serve tutto questo nella pratica? Secondo il team che sta sviluppando il progetto, l’Ao-Solar Extender potrebbe garantire fino a 3.000 chilometri di autonomia in più all’anno, una quantità significativa per chi usa l’auto soprattutto in città o per brevi spostamenti.

Il sistema ha anche un altro vantaggio curioso: quando è aperto, il pannello funge da parasole, riducendo il calore nell’abitacolo. Questo permette di usare meno il climatizzatore, che è uno dei componenti che consuma di più nelle auto elettriche.

L’obiettivo di Nissan è chiaro: ridurre la dipendenza dalle ricariche esterne. Le loro analisi mostrano che la maggior parte dei proprietari della Sakura percorre tragitti brevi. Se l’auto potesse ricaricarsi un po’ da sola ogni giorno, molti non avrebbero quasi più bisogno di collegarla. Per ora l’Ao-Solar Extender è solo un prototipo, ma Nissan ha già dichiarato di volerlo commercializzare in futuro.