mercoledì 18 dicembre 2019

Il Supercomputer più veloce al monda è made in USA, ma per quanto? La Cina incalza.

Stati Uniti e Cina sono impegnati in una durissima guerra commerciale, ma c’è anche un altro livello di questo scontro tra superpotenze: l’ambito tecnologico. Non solo smartphone o intelligenza artificiale, ma anche i supercomputer, vasti agglomerati di computer che condividono le risorse (processori, chip grafici, memoria e archiviazione) per assicurare una potenza di calcolo difficile anche solo da immaginare.
I supercomputer sono fondamentali per un paese, perché permettono di fare simulazioni in diversi settori, dal meteo (che sappiamo quanto possa incidere sull’economia) alla ricerca di nuovi giacimenti di petrolio e gas, fino ad arrivare allo studio di nuovi materiali. Le applicazioni sono sterminate, il limite è solo l’immaginazione dei ricercatori.
Per questo è interessante guardare la TOP500, una classifica che mette in fila i supercomputer per capire qual è il più veloce e come si muove la potenza di calcolo nel mondo. Dopo anni di dominio cinese, gli Stati Uniti sono tornati al vertice, con il Summit installato presso l’Oak Ridge National Laboratory (ORNL). Questo supercomputer ha una potenza massima di 143,5 petaflop (un milione di miliardi di operazioni al secondo) grazie a migliaia di processori e chip grafici, ottimi per processare informazioni in parallelo, che lavorano insieme per risolvere i compiti assegnati.
In seconda posizione c’è Sierra, situato al Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL), che si ferma a 94,6 petaflop. In terza posizione ecco il Sunway TaihuLight, il primo supercomputer cinese, installato presso il National Supercomputing Center di Wuxi, con 93 petaflop, seguito dal Tianhe-2A (Milky Way-2A) con 61,4 petaflops. Il primo supercomputer europeo è il Piz Daint dello Swiss National Supercomputing Centre (CSCS) di Lugano con 21,2 petaflop.
Gli Stati Uniti possono quindi vantarsi di avere il supercomputer più potente, ma la Cina ha colmato il gap in questi anni e conta ben 277 sistemi nella classifica TOP500, il 45% del totale. Un altro segnale del fermento che pervade in lungo e in largo il grande paese asiatico, che a questo riguardo fa mangiare la polvere agli States, fermi a 109 sistemi (il 22%). I supercomputer statunitensi però sono mediamente più veloci.
Tra l’altro, il paese asiatico sta cercando di colmare il gap con la Silicon Valley e sta costruendo una florida industria tecnologica con aziende che progettano microprocessori e acceleratori di calcolo che seppur non ai livelli di Intel, Nvidia o altre realtà USA, stanno rapidamente evolvendo. Un giorno, non è da escluderlo, nel vostro computer potrebbe esserci un processore cinese progettato dai cinesi.

lunedì 16 dicembre 2019

Il Politecnico di Torino all'avanguardia nell'internet delle cose applicato alla viticoltura.

Dalla Sardegna alla Catalogna il segnale wi-fi ha viaggiato per 700 chilometri stabilendo il record. Merito degli iXem Labs del Politecnico di Torino che da cinque anni stanno lavorando su delle piccole antenne di due centimetri capaci di funzionare per anni grazie a un paio di semplici pile stilo. E che ora hanno anche dimostrato la loro portata massima. Non è un sistema per portare connettività alle persone ma per una agricoltura sempre più tecnologica, raccogliendo dati di temperatura, umidità e altro.
Il segnale telefonico manca in tante aree lontane dalle città. Sulle colline del Monferrato ad esempio non c'è ed è lì che è nato, in ambito della viticultura, l'idea di una rete indipendente libera, capillare e aperta. Capace di operare ovunque e che funzioni con antenne piccole che non abbiano bisogno di una ricarica continua".
Serviva quindi un sistema per connettere i sensori ambientali capaci di aiutare i produttori di vino a gestire le vigne in maniera molto precisa, evitando il più possibile prodotti chimici grazie ad una analisi precisa delle necessità delle piante. Dati su umidità, precipitazioni, vento, sole, così da capire in anticipo i rischi e intervenire chirurgicamente. Internet of things (internet delle cose) applicato all'agricoltura.
Al Politecnico di Torino sono partiti nel 2013 con i primi esperimenti, ma le prime antenne avevano una portata bassa. Durante tutto il 2018 è stata fatta una sperimentazione diffusa fra i vigneti di Friuli, Veneto e Toscana e lì agli iXem Labs sono riusciti a capire che potevano raggiungere anche a 70 chilometri di distanza fra un'antenna e l'altra. Antenne che in otto mesi hanno consumano appena il 10 per cento di due batterie stilo.  

venerdì 13 dicembre 2019

E se un giorno l'umanità scomparisse?

Possiamo fare cose che nessun'altra specie vivente ha mai nemmeno immaginato, viaggiamo nello spazio e abbiamo colonizzato quasi ogni terra emersa. Eppure, tutti le nostre opere sono effimere e potrebbero essere distrutte con disarmante facilità. Perché la Natura è più forte dell'uomo e, in un tempo relativamente breve, potrebbe cancellare ogni sua traccia. Sono le amare conclusioni di uno studio pubblicato dalla rivista New Scientist, che si è posta una semplice domanda: cosa accadrebbe se all'improvviso l'umanità scomparisse?
Lasciata da sola, dicono gli autori della ricerca, la Natura reclamerebbe immediatamente gli spazi che le erano stati sottratti dall'uomo. E mentre i campi ritornerebbero boschi e praterie, l'inquinamento calerebbe e la biodiversità tornerebbe a crescere. Già nelle prime 24 ore senza esseri umani, il volto della Terra cambierebbe profondamente, soprattutto di notte. Senza manutenzione e rifornimenti nelle centrali elettriche, inizierebbero a verificarsi dei black out. Gli impianti di illuminazione rimarrebbero spenti e tutti i macchinari si fermerebbero. Il cambiamento sarebbe visibile anche dallo spazio, con la scomparsa delle luci delle città.
Nel giro qualche anno, avrebbe inizio la distruzione degli edifici e delle infrastrutture. Le prime a cedere sarebbero le costruzioni di legno, seguite dai tetti di quelle in muratura. Gradualmente il processo si estenderebbe e, in pochi millenni, delle nostre città non rimarrebbe che polvere. Un buon esempio è fornito dalla città ucraina di Pripyat, nei pressi di Chernobyl. Abbandonata venti anni fa dopo l'incidente nella vicina centrale nucleare, si sta rapidamente riducendo a un ammasso di rovine. A fare più danni sono le piante, che insinuano le loro radici nei muri e indeboliscono le strutture.
Il ritmo della distruzione varierebbe ovviamente in base alle caratteristiche dell'ambiente. Nelle aree più calde e umide, dove i processi dell'ecosistema sono più veloci, le tracce della civiltà scomparirebbero prima rispetto a quelle più fresche e aride. Molte specie in via di estinzione, in difficoltà per la riduzione del loro habitat naturale, si gioverebbero della nostra assenza e tornerebbero a crescere. 
Senza gli inquinanti prodotti dalle attività umane, lo stato di salute del pianeta migliorerebbe gradualmente. Alcune sostanze, come gli ossidi di azoto, di zolfo e l'ozono, tornerebbero a livelli normali nel giro di poche settimane. Altri avrebbero bisogno di più tempo: il biossido di carbonio, ad esempio, potrebbe continuare a influenzare il clima per più di 1000 anni.

Il processo di riscaldamento globale, che è causato da moltissimi fattori legati tra loro, potrebbe continuare a lungo ed è difficile stimare quando la temperatura globale potrebbe tornare a scendere. Probabilmente  gli effetti dell'attività umana potrebbero farsi sentire ancora per qualche migliaio di anni.

lunedì 9 dicembre 2019

Madrid - Cop 25, conferenza sul clima


Iniziata lunedì 2 dicembre, la conferenza sul clima Cop25 organizzata dalle Nazioni Unite, ha visto un’evoluzione lenta dal punto di vista dei negoziati e molto proteste dei giovani attivisti.
È un momento importante per la riduzione delle emissioni, dopo l’accordo di Parigi del 2015, con buoni propositi ma finora disattesi.
I lavori entreranno nel vivo soltanto nei prossimi giorni con l’arrivo dei ministri: per ora i tecnici di ogni Paese hanno parlato molto del mercato delle quote di carbonio. Cosa significa? I Paesi virtuosi, che riducono le emissioni possono vendere le quote di carbonio in eccesso, mentre chi è meno virtuoso e non riesce a raggiungere i suoi obiettivi, può acquistare le quote. Come dire: il professore ci assegna un certo numero di esercizi. Chi è veloce può farne di più e venderli a chi è più lento. Vi sembra una buon sistema?
I favorevoli sostengono che questo sistema ha il vantaggio di coinvolgere anche il settore privato, che ha interesse a mettere in vendita quote di carbonio. I contrari sostengono che possa danneggiare la riduzione delle emissioni perché è sempre possibile acquistare le quote da altri. La discussione su questo tema va avanti dalla conferenza di Parigi 2015 , quindi quattro anni senza trovare un accordo, un po’ troppo.
C’è un aspetto che è molto discusso: i Paesi più sviluppati, che oggi possiedono le migliori tecnologie, sono anche quelli in grado di ridurre le emissioni, ma nel passato proprio loro le hanno portate a livelli altissimi. Tuttavia oggi soprattutto i Paesi in via di sviluppo, meno attrezzati e meno ricchi, pagano le conseguenze più gravi delle alterazioni climatiche, soprattutto con l’innalzamento dei livelli dei mari, siccità, desertificazione.

giovedì 5 dicembre 2019

Esagono, geniale

Quanto studiamo noi esseri umani per diventare architetti e quanta fatica fanno le braccia e la schiena del muratore per erigere case per tutti noi?
Tanta fatica e tanto studio e poi bisogna reperire tutti i materiali per la costruzione.
Le api non solo costruiscono da sé i favi che ospiteranno le scorte di cibo e le nuove generazioni di api, ma sono loro stesse una vera e propria fucina di materia prima per costruzione: pura cera d’api.
Le api si distinguono sempre per le loro innate doti; madre natura con loro è stata così generosa che non solo le ha rese degli abili architetti, ma le ha addirittura rese indipendenti nella fabbricazione della materia prima con cui costruire il proprio nido.
Le api secernono piccole scaglie di cera dal proprio addome. Solo le api giovani, tra il 10 e il 16 giorno di vita sono infatti provviste di specifiche ghiandole, dette ceripare e vengono classificate come api ceraiole.
Ma la perfezione e l’efficienza delle loro cattedrali non è proprio tutta farina del loro sacco; ecco quand’è che interviene madre natura. E' una semplice questione di geometria. Se si vogliono unire insieme tutte le celle che sono identiche per forma e dimensione in modo che riempiano completamente un piano piatto, solo tre forme regolari (con tutti i lati e angoli uguali) funzioneranno: triangoli equilateri, quadrati ed esagoni. Di questi l’esagono richiede la produzione di meno cera poiché ogni lato è in comune con la cella vicina e produrre la cera costa alle api energia, quindi usando l’esagono risparmierebbero tempo e fatica,  proprio come un muratore potrebbe desiderare di risparmiare sul costo dei mattoni.
Osservando la natura possiamo vedere come la forma esagonale salti fuori in maniera “spontanea”. Osserviamo per esempio le bolle di un liquido.  Soffiando con una cannuccia e producendo sulla superficie delle bolle che sappiamo tutti essere delle semisfere, quindi senza lati, osserviamo un curioso fenomeno: quando esse si avvicinano l’una all’altra e si toccano le pareti formano dei lati squadrati uniti a dei vertici, dando vita proprio a forme esagonali. Certo, non saranno tutte perfette ma è ben visibile come la forma più presente sia l'esagono.

giovedì 21 novembre 2019

Il Negozio Leggero

Vi siete mai chiesti quanta plastica e carta buttiamo ogni giorno a causa del packaging (imballaggio) che ricopre i nostri prodotti alimentari? E avete mai desiderato fosse possibile comprare esclusivamente prodotti sfusi? Buona notizia: grazie alla spesa alla spina si può.
La spesa alla prina è una pratica già utilizzata in diversi paesi europei, che consiste nel fare la spesa recandosi in negozi sostenibili che permettono di acquistare prodotti alimentari e per la casa in modalità sfusa: basta munirsi di contenitori riutilizzabili per eliminare ogni tipo di packaging.
Lo so, starete pensando «Tutto molto bello, ma non siamo a Berlino: qui non esistono negozi di questo tipo». Sbagliato: da diversi anni alcuni supermercati italiani, come l’IperCoop, hanno introdotto la possibilità di acquistare detersivi per piatti e per indumenti in modalità sfusa, riutilizzando il flacone; ma soprattutto, dal 2009 a Torino esiste il Negozio leggero!
Si tratta di un negozio (ormai una rete di negozi) che offre ai clienti la possibilità di fare una spesa sostenibile acquistando prodotti alimentari, per la persona e per la casa di buona qualità ed esclusivamente in modalità sfusa, eliminando il packaging e re-introducendo su alcuni tipi di merci il sistema del vuoto a rendere.
Fare la spesa al Negozio Leggero vuol dire portare i propri contenitori da casa e farli riempire di prodotto, oppure acquistare dei contenitori solo la prima volta e poi  ricaricarli le volte successive di caffè, pasta, cereali, detersivi, spezie, vini o legumi; perciò fare la spesa sfusa vuole anche dire fare economia, pagando solo il peso del prodotto e risparmiando il costo del packaging e dell’imballaggio!  Una famiglia di quattro persone può arrivare a risparmiare 100 chili di rifiuti in un anno.

giovedì 7 novembre 2019

Il gioiello di Anversa


Fra le architetture recenti più interessanti c'è senz'altro Port House (letteralmente LA CASA DEL PORTO) ad Anversa,  progetto dell'architetto anglo-irachena Zaha Hadid scomparsa quest'anno: faccettata come un diamante e con interni da veliero futuribile
È un veliero imponente e leggero che sembra pronto più a prendere il volo che il mare. È ancorato sul tetto di un edificio di cent’anni fa, ex caserma dei pompieri.
La progettista per questo progetto ha usato due metafore: la nave, che parla della straordinaria storia marittima di Anversa, il secondo porto commerciale europeo dopo Rotterdam, e il diamante, un effetto ottenuto sminuzzando l’intera copertura esterna in triangoli di vetro con diverso e impercettibile orientamento, in modo da riflettere la luce come un gigantesco brillante. L’85 per cento di queste pietre preziose è tagliato proprio qui, ad Anversa.  Nell’immenso gioiello tutto è luce: lungo i 111 metri dell’edificio ci sono pochissime tamponature esterne, ottenute con l’opacità di qualche componente triangolare di vetro.
Il volume interno è suddiviso in ampi spazi bianchi, dall’arredo essenziale. Ma se la Port House ricorda un diamante all’esterno, dentro all’involucro vitreo tutto fa pensare a una nave.