giovedì 7 luglio 2022

L’Appartamento Segreto di Gustave Eiffel in cima all’omonima Torre

Quando fu inaugurata la Torre Eiffel, in occasione dell’Expo del 1889, il progettista Gustave Eiffel divenne celebre per il proprio lavoro, sia a Parigi sia all’estero. L’ingegnere però non volle rinunciare alla possibilità di costruire uno spazio, al terzo piano della torre di Parigi, che fosse riservato soltanto a se stesso. L’appartamento privato di Eiffel non era grande, ma accogliente ed ambitissimo da parte di tutta l’élite parigina, che sognava di vedere la città da oltre 300 metri di altezza.

Situato al terzo piano della torre, l’appartamento privato di Eiffel non era grande, ma assai accogliente. In contrapposizione con le travi d’acciaio del resto della torre, l’appartamento era arredato con uno stile semplice, le pareti ricoperte di carta da parati e i mobili scelti in stile tradizionale dell’artigianato francese. All’interno era presente anche un pianoforte a coda, che contribuiva a creare un ambiente che, nel suo complesso, trasmetteva un senso di tradizionalità e comfort. Adiacenti al piccolo appartamento si trovano alcune stanze adibite a laboratorio scientifico.

Una volta che la voce dell’appartamento di Eiffel si sparse, l’élite parigina diventò verde per l’invidia, arrivando a offrire allo scienziato cifre folli per affittare, anche solo per una notte, il piccolo rifugio. Eiffel rifiutò qualsiasi offerta, utilizzando lo spazio come luogo di riflessione e intrattenendo ospiti del calibro di Thomas Edison, che gli regalò un fonografo, la sua maggiore invenzione presentata durante la stessa Expo del 1889.

Oggi, dopo essere stato chiuso per decenni, l’appartamento è messo in mostra per i visitatori che raggiungono la vetta della Torre. Gran parte degli arredi sono originali, e all’interno ci sono due manichini con le sembianze di Eiffel ed Edison impegnati in un dibattito scientifico.

lunedì 4 luglio 2022

Giornalisti robot?

Non si può certo dire che il mondo del giornalismo goda di ottima salute: i licenziamenti continuano a susseguirsi in ogni parte del mondo ad iniziare dagli Stati Uniti. Anche in Italia la situazione non è delle migliori. I dati sulle vendite dei quotidiani sono impietosi: negli ultimi cinque anni, le copie vendute si sono dimezzate.

Di chi è la colpa di tutto ciò? In primis, dell’incapacità dei giornali di adattarsi all’epoca digitale, ma anche dello strapotere di Google e Facebook, che si mangiano il 75% della pubblicità e quindi toglie risorse ai giornali. L’automazione del lavoro – che fa temere un futuro di disoccupazione di massa, in cui gli esseri umani saranno gradualmente sostituiti da robot e intelligenze artificiali – colpisce anche il giornalismo.

I software di intelligenza artificiale sono ormai in grado di scrivere autonomamente articoli di giornale, 24 ore su 24, senza richiedere uno stipendio, senza mai stancarsi e senza nemmeno fare un errore di battitura. Secondo quanto riporta il New York Times, circa un terzo del contenuto pubblicato da Bloomberg News viene prodotto da un software. Il sistema usato dalla società si chiama Cyborg ed è in grado di sfornare migliaia di articoli.

Cos’hanno in comune i contenuti prodotti da algoritmi? Terremoti, risultati sportivi, report economici, finanziamenti: tutti questi articoli si basano su cifre, dati e percentuali; caratteristiche che consentono alle intelligenze artificiali di lavorare al loro meglio. Gli articoli non sono prodotti integralmente dai software; ma si basano spesso su scheletri di articoli predisposti da giornalisti umani, che possono essere riutilizzati più e più volte e che gli algoritmi si limitano a riempire coerentemente con nomi e numeri.

Il lavoro giornalistico è creativo, riguarda la curiosità, la narrazione, la ricerca delle informazioni e l’indagine politica: e fino a questo punto l’aiuto degli algoritmi può essere giudicato positivo. Ma le intelligenze artificiali si occupano anche di altro, trovano correlazioni e anomalie, che il  giornalista si occuperà poi di comprendere e approfondire.

Le macchine non sostituiranno l’uomo, ma lo affiancheranno. Ma è proprio così? In verità, è facile immaginare che i software che si occupano di sfornare centinaia di brevi articoli renderanno più complesso l’ingresso in redazione dei giovani, perchè le mansioni più semplici su cui si esercitavo sono svolte dalle intelligenze artificiali. Naturalmente qualsiasi articolo che richieda un minimo di indagine, approfondimento, interviste, riflessioni ed elaborazione può essere svolto solo ed esclusivamente da un essere umano; e sarà così ancora per moltissimo tempo.

martedì 28 giugno 2022

Carbon Neutral: cos'è e come azzerare le emissioni

Le emissioni di gas ad effetto serra rilasciate negli ultimi 150 anni hanno surriscaldato il pianeta, causando i cambiamenti climatici e mettendo a rischio l’ambiente in cui viviamo. L’aumento della temperatura terrestre, infatti, è responsabile di una serie di alterazioni climatiche, provocando conseguenze negative in termini di:

  • innalzamento del livello dei mari;
  • riduzione della biodiversità;
  • peggioramento della qualità dell’aria;
  • acidificazione degli oceani;
  • aumento della siccità e delle piogge intense;
  • incremento dei fenomeni meteorologici violenti.

Per contrastare questo processo nel 2015 è stato raggiunto l’Accordo di Parigi sul clima, con l’impegno da parte dei principali paesi del mondo a ridurre le emissioni nette di gas serra. In particolare, gli oltre 190 Stati firmatari dovranno tentare di mantenere l’incremento della temperatura globale entro 2°C, rimanendo possibilmente entro 1,5°C.

L’obiettivo è il raggiungimento della carbon neutrality, un target conosciuto anche come net zero. Si tratta dell’azzeramento delle emissioni nette di carbonio, affinché i gas serra rilasciati nell’atmosfera siano equivalenti a quelli rimossi, secondo un modello virtuoso che prevede la neutralità climatica delle attività dell’uomo sul pianeta.

L’obiettivo dei principali paesi del mondo è raggiungere uno stato carbon neutral entro il 2050. È quanto ha stabilito ad esempio l’Unione Europea attraverso il Green Deal europeo, un piano che punta a trasformare l’economia UE e farle ottenere la condizione net zero emissions entro il 2050, ovvero zero emissioni nette di gas serra.

Ovviamente ci sono dei paesi che mirano a conseguire questo traguardo prima del 2050, come la Finlandia che vuole diventare carbon neutral entro il 2035. Altri paesi invece avranno bisogno di più tempo, come ha annunciato la Cina che vuole trasformare la sua economia e conseguire la carbon neutrality entro il 2060.

 Per ridurre le emissioni di gas serra bisogna misurare l’impronta di carbonio, considerando l’intero ciclo di vita di un prodotto, un servizio o un’attività. Dopodiché è necessario capire come diminuire la produzione di gas climalteranti, agendo infine nella compensazione delle emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera.

 Le soluzioni per abbassare le emissioni di gas serra sono diverse:

  •  aumentare l’utilizzo delle energie rinnovabili e ridurre l’uso dei combustibili fossili;
  • ottimizzare i consumi per diminuire gli sprechi di energia e le emissioni di CO2;
  • integrare dove possibile lo smart working per diminuire gli spostamenti dei dipendenti;
  • migliorare la gestione dei rifiuti aumentando il riciclo e il riutilizzo;
  • implementare soluzioni di mobilità a basse e zero emissioni.

Naturalmente non è possibile diventare carbon neutral dall’oggi al domani, ma è un obiettivo di lungo termine che richiede un impegno serio nella transizione ecologica. D’altronde si tratta di una sfida che dobbiamo vincere, poiché soltanto azzerando le emissioni nette di gas serra sarà possibile lasciare un pianeta in grado di sostenere anche le generazioni future.

giovedì 23 giugno 2022

Italia sempre più arida

Sono circa 200 i Paesi e un miliardo le persone interessate dal processo di desertificazione nel mondo; tra quelli, in cui il fenomeno va manifestandosi più rapidamente, si annoverano Cina, India, Pakistan e diversi stati di Africa, America Latina, Medio-oriente, ma anche dell'Europa mediterranea come Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro, Malta e in maniera sempre più evidente l'Italia.

La siccità è una temporanea mancanza d'acqua, con conseguenti impatti economici, sociali e ambientali negativi causata da carenza di precipitazioni per un periodo di tempo prolungate, alte temperature.

In Italia ad alto rischio desertificazione (tra il 50 e 70% del territorio) sono la Sicilia, il Molise, la Puglia e la Basilicata; a seguire altre sei regioni (Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania) presentano un medio rischio desertificazione, compresa fra il 30% e il 50%, mentre altre 7 (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e anche Piemonte) un rischio presente ma più moderato.

In Spagna, la desertificazione interessa ormai il 72% del territorio, in particolare nella zona oggi conosciuta come il "mare di plastica", cioè l'area delle serre nel sud del Paese, dove viene praticata un'agricoltura intensiva estrema, con un grande uso dell'acqua di falda. In Grecia si stima che, entro la fine del secolo, almeno il 70% del territorio diventerà arido.

L'Onu stima che, nel prossimo futuro, circa 200 milioni di persone saranno costrette a lasciare le proprie terre verso regioni più vivibili; tra le cause principali della desertificazione vi è l'estremizzazione dei fenomeni climatici e conseguentemente l'aridità provocata da fenomeni siccitosi prolungati, ma anche da precipitazioni brevi e violente, che non irrigano, ma erodono il primo strato più fertile di suolo sui terreni assetati.

In Italia, siccità straordinarie si stanno ripetendo con intervalli di tempo sempre più ravvicinati e le analisi dimostrano come ci vogliano anni per tornare alla normalizzazione del regime dell’acqua.

In Italia il consumo pro capite di acqua potabile resta molto elevato: si attesta a 215 litri per abitante al giorno, contro la media europea di 125 litri.

I principali consumi dell'acqua riguardano:

irrigazione 51%,

industriale al 21%,

civile 20%,

energia 5%,

zootecnica 3%.

giovedì 2 giugno 2022

Piantare mille miliardi di alberi: si può fare?

“La soluzione immediata per ridurre il riscaldamento globale? Piantare mille miliardi di alberi”. Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale presso l’Università di Firenze, in una recente intervista, ha proposto nuovamente la sua idea per ridurre la concentrazione di CO2 nell’atmosfera: una riforestazione intensiva per la cattura del carbonio.

“Attraverso questo tipo di operazioni si potrebbe davvero cambiare il mondo e il nostro futuro. Le piante sono il motore della vita: senza di loro il Pianeta diventerebbe in breve tempo una roccia sterile”. L’idea del neurobiologo affonda le radici in uno studio pubblicato su Science nel 2019, che dimostrò l’enorme potenziale di un sequestro di carbonio operato a partire dalle piante. L’analisi illustrava che “piantare mille miliardi di alberi” avrebbe, almeno in parte, risolto la crisi climatica. Da questo lavoro è nata l’iniziativa One trillion trees del World economic forum: una campagna internazionale che mira al ripristino e alla piantumazione di foreste, per arrivare a quota mille miliardi di nuovi alberi entro il 2050.

“Si parla poco delle conseguenze del taglio degli alberi e più delle tecnologie”, ha sottolineato ancora Mancuso. “Negli ultimi due secoli abbiamo tagliato duemila miliardi di alberi, e la conseguenza di tutto questo è anche la causa del riscaldamento globale”. Il neurobiologo ha aggiunto che, tagliando gli alberi, non si influisce solamente sul computo di CO2, ma anche sul decremento delle specie che vivono intorno agli alberi stessi. “La riduzione della biodiversità è un eufemismo. Sappiamo che nel 2070 non ci saranno più pesci al di fuori di quelli allevati: questo è lo stato della biodiversità del nostro Pianeta”. Secondo uno studio dell’università di Cambridge citato dallo stesso Mancuso, infatti, l’80% degli animali che vivono sulla Terra è bestiame da allevamento, mentre l '85% degli uccelli è pollame per uso alimentare. “Bisogna applicare una vera e propria conversione biologica”. 

“Gli alberi sono i depuratori d'aria del nostro Pianeta: il ‘dispositivo’ più efficace che abbiamo per estrarre il carbonio dall'atmosfera. La perdita di alberi è ancora altissima: “Ogni sei secondi, il nostro Pianeta perde un campo da calcio di foresta pluviale a causa della deforestazione”.

Non cadiamo però nell’errore di credere che piantare alberi basti ciò per risolvere la crisi climatica e che tutte le trasformazioni epocali che dovremmo imporre alle nostre esistenze per renderle più sostenibili non siano più necessarie. Oggi sarebbe fondamentale concentrarsi su come frenare la deforestazione piuttosto che pensare come riforestare i terreni incolti. Non tutti gli alberi sono uguali: quelli più maturi sono nel pieno dell’efficienza di sequestro del carbonio a differenza degli alberi appena piantati che sono poco efficaci. Servono un migliaio di miliardi di piante, ma non tutte le piante sono uguali ed egualmente efficaci: una foresta è molto più efficace della somma dei suoi alberi.

Non esiste un’unica soluzione a una crisi così ampia. Le nazioni devono adempiere agli impegni assunti nell'ambito dell'Accordo di Parigi, le industrie devono decarbonizzare e le aziende devono raggiungere emissioni nette pari a zero. Nella nostra vita, dobbiamo cambiare le abitudini e i modelli di consumo. Nessuna di queste soluzioni climatiche si escludono a vicenda.

È quindi dalla molteplicità di soluzioni che si deve partire. Tra queste, molte sono già in atto, anche nel campo della riforestazione: progetti come “Mettiamo radici per il futuro”, che in Emilia-Romagna ha visto crescere dal 1° ottobre 2020 al 15 aprile 2021 587mila nuovi alberi in aree pubbliche e private. Oppure, tanto per citarne una buona pratica proveniente dall’estero, il progetto del governo neozelandese di piantare un miliardo di alberi entro il 2028.

lunedì 30 maggio 2022

Perché i prezzi del cibo sono in forte aumento?

Trecento milioni di persone nel mondo soffrono la scarsità di cibo, e tra queste, 44 milioni in 38 diversi Paesi sono a un passo dalla carestia: è l'allarme lanciato il 19 maggio dal capo del Programma alimentare mondiale (World Food Programme). Il prezzo del cibo è ai livelli più alti dal 1990, e le conseguenze a cascata della guerra tra Russia e Ucraina stanno creando un problema globale non solo di costi, ma anche di disponibilità di cibo.

L'impennata dei prezzi globali di cibo è dovuta in primo luogo alla pandemia da Covid: i vari lockdown hanno interrotto i collegamenti internazionali a cui si si è aggiunto il rincaro dei combustibili fossili, che ha ricadute molto concrete sull'industria alimentare. L’industria agro-alimentare fa ampio uso di combustibili fossili per la produzione di fertilizzanti, la lavorazione e il trasporto dei prodotti finali.

Inoltre l'invasione dell'Ucraina ha peggiorato la situazione. Da un lato l'occupazione del Paese da parte della Russia causa una scarsità diretta di prodotti alimentari: nel 2019 l'Ucraina produceva il 9% delle esportazioni mondiali di grano, il 16% di quelle di mais, il 10% dell'orzo e il 40% dell'olio di girasole. Dall'altro il conflitto ha fatto crescere ulteriormente i costi dei combustibili fossili, provocando un rincaro indiretto del cibo.

Il tutto è avvenuto con  molti Paesi già indebitati per la difficile situazione seguente la pandemia. Le ripercussioni peggiori si vedono al momento in Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Etiopia e Yemen, ma la crisi riguarda anche le famiglie a basso reddito dei Paesi più ricchi.

La crisi potrebbe protrarsi per anni. L'Ucraina ha ancora da parte scorte significative di grano e olio di girasole, ma con i porti sul Mar Nero controllati dalla Russia è impossibile esportarle nel resto del mondo. Se non si liberano i silos occupati da queste derrate non ce ne sarà abbastanza per conservare il nuovo raccolto. Inoltre c’è l'aumento dei prezzi dei fertilizzanti, i cui prezzi erano in ascesa già dal 2020 e di cui Russia e Ucraina sono grandi esportatori: il loro prezzo è triplicato rispetto a prima della covid.

Come se non bastasse, gli eventi climatici estremi hanno avuto un duro impatto sui raccolti: in Cina, le forti piogge potrebbero aver reso il raccolto di grano di quest'anno il peggiore che si ricordi; Australia e Sudafrica sono state alle prese con le alluvioni, gli USA con la siccità, India e Pakistan con ondate di calore da record.

Cosa possiamo fare? Alcune azioni che si possono intraprendere da subito sono utilizzare i terreni disponibili per produrre cibo e non biocarburanti; ridurre il consumo di carne (in modo che i terreni adibiti alla produzione di mangime possano ospitare raccolti per alimentazione umana) e, per i Paesi che ne hanno in abbondanza, vendere alcune delle scorte di grano, aumentando così la disponibilità di cibo sul mercato.

venerdì 29 aprile 2022

I satelliti Starlink permettono all'Ucraina di accedere a Internet

Il conflitto tra Russia e Ucraina è senza dubbio il più tecnologico mai combattuto per il ruolo determinante di Internet, dei social media che permettono di ricevere in tempo reale immagini e storie dai campi di battaglia.

Non è un caso che tra le prime infrastrutture prese di mira dall'esercito di Putin ci siano state le centrali telefoniche, le antenne per la Tv, la telefonia mobile e le connessioni a Internet: un Paese e un esercito senza comunicazioni, infatti, fanno molta fatica a organizzare difesa e resistenza.

Eppure qualche giorno la Guardia Nazionale Ucraina, asserragliata da giorni dentro l'acciaieria di Mariupol, è riuscita a comunicare con un giornalista del New York Times raccontando la sua storia e inviando un breve filmato.

Come può esistere una  connessione a Internet funzionante a Mariupol? Tutto merito dei satelliti Starlink di Elon Musk, che da qualche settimana stanno garantendo l'accesso alla Rete alla popolazione ucraina in gran parte del Paese.

Fino ad ora non avevamo capito fino in fondo l’utilità dei satelliti che Space X sta mettendo in orbita e che a volte vediamo in cielo in fila comei re magi. Lo scorso 26 febbraio, due giorni dopo l'invasione russa, l’Ucraina aveva invitato un appello via Twitter a Elon Musk, invitandolo a mettere a disposizione della popolazione colpita dalla guerra la rete di satelliti per telecomunicazioni Starlink. Musk aveva immediatamente risposto dicendo che la rete Starlink era già attiva in tutta l'Ucraina, e che SpaceX avrebbe inviato le antenne e i terminali necessari per garantire la connettività.

Come funziona Starlink? Prevede il lancio di migliaia di piccoli satelliti per telecomunicazioni così da formare una fitta rete tutto attorno alla Terra. L'idea è che sopra le nostre teste ci sia sempre almeno un satellite in grado di garantire la connessione a Internet. Il sistema però, per funzionare, ha bisogno di una piccola infrastruttura formata da una parabola e da uno speciale router.

All'inizio della guerra l'Ucraina non era completamente coperta dal servizio Starlink, ma nel giro di pochi giorni l'azienda di Musk ha accelerato l'accensione dell'infrastruttura. Di certo, si tratta di uno dei progetti più ambiziosi del miliardario americano.

Qui puoi trovare la data e l'ora dei passaggi dei satelliti in cielo.