Visualizzazione post con etichetta privacy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta privacy. Mostra tutti i post

lunedì 1 giugno 2026

YouTube, nuovi controlli sull’età degli utenti

YouTube sta sperimentando negli Stati Uniti un nuovo sistema di verifica dell’età basato sull’Intelligenza Artificiale. L’obiettivo è semplice: distinguere meglio tra adulti e minori, andando oltre la data di nascita che si inserisce al momento della registrazione. In pratica, l’algoritmo analizza il modo in cui guardiamo i video: che tipo di contenuti scegliamo, quanto tempo ci restiamo e con quale frequenza torniamo a vederli. Da questi indizi prova a capire se chi è loggato ha davvero più di 18 anni.

Se l’IA sospetta che l’utente sia minorenne, scattano automaticamente alcuni filtri: niente video riservati agli adulti, niente pubblicità personalizzate, più avvisi sulla privacy e promemoria per fare pause. Questa sperimentazione coinvolge per ora solo una piccola parte di utenti americani, ma se funzionerà bene potrebbe arrivare anche in altri Paesi, come già successo con test precedenti in Europa e Asia. Google, che controlla YouTube, precisa che l’IA non sostituisce i controlli tradizionali, ma li integra, per offrire un’esperienza sicura ai ragazzi senza togliere troppa libertà agli adulti.

Dietro questa scelta ci sono anche pressioni legali. Negli Stati Uniti cresce la richiesta di leggi che limitino l’accesso dei minori a contenuti pericolosi, come la pornografia. Alcuni Stati hanno già introdotto norme più severe, e si discute se la responsabilità dei controlli debba ricadere sulle piattaforme o sugli app store di Apple e Google. Questi ultimi però non vogliono assumersi il compito, sollevando dubbi sulla privacy e sulla reale fattibilità.

Ed è proprio la privacy uno dei temi più discussi. Alcune organizzazioni avvertono che un sistema di sorveglianza basato sull’IA può diventare invasivo: quanto a lungo vengono conservati i dati? Con quale trasparenza? E soprattutto: chi ci garantisce che non vengano commessi errori? La vera sfida per YouTube sarà quindi trovare un equilibrio: proteggere i più giovani senza trasformare la piattaforma in un luogo di controllo eccessivo. In un’epoca in cui la fiducia degli utenti dipende da come vengono trattate le informazioni personali, ogni passo in più nella direzione dell’IA dovrà essere gestito con estrema cautela.


lunedì 29 aprile 2024

Chi sono i Data Broker?

I Data Broker si occupano di recuperare online dati e informazioni per poi elaborarli, interpretarli e analizzarli. L’obiettivo è vendere o scambiare questi dati con aziende terze interessate a profilare gli utenti della rete per meglio individuare chi rientra fra i potenziali clienti propria attività e capire così a chi inviare determinate pubblicità o suggerire prodotti specifici.

È un vero e proprio mercato dei Big Data, dove gli attori coinvolti sono i Data Broker – con il ruolo di intermediari – le aziende che hanno un’attività di tipo commerciale e gli investitori pubblicitari. Gli utenti, che poi siamo tutti noi che navighiamo in rete, sono del tutto ignari di essere oggetto di analisi.

Il primo passo da capire è che qualsiasi azione un utente faccia online lascia una traccia: che sia l’inserimento di una parola in un motore di ricerca, l’acquisto di un prodotto tramite e-commerce, l’iscrizione a un gruppo su Facebook o la condivisone di un post, un like.

Tutte queste informazioni all’apparenza banali sono in realtà molto preziose e costituiscono la fetta principale dei dati che vengono raccolti. Per chi lavora nel settore sono infatti facilmente reperibili e vanno ad aggiungersi alle informazioni più personali che ci riguardano in prima persona. Tra queste troviamo: nome, sesso, mail, età, telefono, indirizzo, ecc.

In più ci sono da ricordare tutti quei dati considerati riservati, ma che invece si trovano liberamente in database “pubblicamente disponibili”. Parliamo ad esempio di tutti i siti istituzionali. Infine tutte le applicazioni gratuite una volta installate sul telefono, chiedono il consenso per registrare la posizione del dispositivo, scaricare la rubrica o raccogliere altri dati relativi all’utente.

Le fonti utilizzate, quindi, sono tante ed estremamente diverse tra loro proprio per permettere ai Data Broker di disporre di informazioni il più dettagliate e affidabili possibile. Dopo aver raccolto i dati, i Data Broker li rielaborano per creare delle categorie di profili raggruppati in base a diversi criteri.

Possono, per esempio, elaborare dei pacchetti di utenti suddivisi per fasce di età, oppure individuare persone accomunate dagli stessi interessi (come abbigliamento sportivo o prodotti per il corpo) o ancora delineare i profili che dispongono di un certo tipo di reddito e che quindi possono potenzialmente permettersi un determinato livello di spesa.

Le informazioni così organizzate vengono poi vendute alle aziende che possono utilizzarle a proprio vantaggio. Lo scopo principale di questa attività è quindi legato al marketing: grazie ai dati si capisce chi è maggiormente propenso all’acquisto e a chi conviene suggerire inserzioni pubblicitarie.

Dietro la raccolta di dati, però, c’è anche un obiettivo secondario: è infatti molto utile per compiere indagini e fare studi di settore non particolarmente invasivi. Una pratica che mette in luce comportamenti e caratteristiche non solo dei consumatori, ma anche di società ed enti non fisici.

Le informazioni raccolte provengono sempre da fonti pubbliche e accessibili, per questo sembrerebbe assolutamente lecito ricavarle e conservarle. A maggior ragione se i dati arrivano da post o azioni compiute attraverso i Social Network, dove l’utente è pienamente consapevole di essere esposto a un pubblico e visibile da chiunque. Bisogna però fare una precisazione: i dati sì, sono accessibili, ma non possono mai essere usati per scopi differenti da quelli originari.

Chi lavora come Data Broker ha a che fare ogni giorno con algoritmi, numeri e statistiche per questo è un tipo di professione particolarmente adatta a chi studia Matematica o Economia e ha una forte passione per l’analisi. 


lunedì 2 ottobre 2023

Facebook è gratis? E lo sarà sempre?

Fin dalla sua nascita nel 2004 (in Italia dal 2008) sulla homepage di Facebook  c’era scritto: «E’ gratis e lo sarà sempre». Recentemente la frase sotto il marchio recita «È veloce e semplice». Di fatto gratis non lo è mai stato. Perché fare una modifica così rilevante dal punto di vista dell’immagine? Giusto chiederselo, visto che la frase stava li da sempre.

Negli ultimi  anni Facebook è stata oggetto di richieste di chiarimenti da parte delle autorità per la privacy di mezzo mondo. Ma se Facebook è  gratuito, come fa a incassare 55 miliardi di dollari all’anno? «Senatore, noi vendiamo pubblicità», aveva replicato a caldo Mark Zuckerberg quando fu ascoltato in Senato. Ormai è chiaro come il concetto di gratuità di questa e delle altre piattaforme social sia da intendersi : quando ci iscriviamo a Facebook (o apriamo una casella di posta Gmail o usiamo Google Maps) non dobbiamo mettere mano al portafoglio e non sono previsti pagamenti per sbloccare funzioni aggiuntive durante l’utilizzo, mai. Ma è anche vero che i nostri dati hanno un valore su cui si basa il business dei colossi digitali (vendono spazi e formati pubblicitari agli inserzionisti grazie alla loro capacità di indirizzare minuziosamente i messaggi verso utenti e gruppi di utenti di cui conoscono abitudini, scelte, preferenze, desideri, progetti, ecc. 

Nel 2019 la Commissione europea ha intimato al social di spiegare in modo chiaro sulle sue pagine perchéil servizio è gratis. Ora nelle “Condizioni d’uso” si legge che «anziché richiedere all’utente un pagamento per l’utilizzo del social, Facebook riceve una remunerazione da parte di aziende e organizzazioni per mostrare agli utenti inserzioni relative ai loro prodotti e servizi». Naturalmente è una pagina interna, difficile da trovare, cliccare e consultare, mentre la rimozione della dicitura è gratis e per sempre sta sulla home se si accede da pc, mentre sullo smartphone non compare.


lunedì 14 agosto 2023

Quanto valgono i nostri dati personali?

Li chiamiamo dati personali ma non sono più nostri. Né, qualora dovesse accaderci qualcosa di brutto, dei nostri familiari. Esemplare è la storia di quel papà che scrisse ad Apple per chiedere di poter accedere al dispositivo del figlio, morto, perché lì c’erano gli ultimi ricordi insieme. Non si può fare, gli risposero, una questione di privacy.

Non è più una esclusiva di istituzioni e governi democratici ma delle aziende tecnologiche. Difendere la privacy degli utenti vuol dire non rompere la fiducia che si instaura tra impresa tecnologica e compratori. Io fornisco a te un oggetto che diventa sempre più “personale”, raccolgo molti dati - che uso per costruire un tuo profilo aa scopo di marketing - ma della tua vita solo io, la tua azienda, so tutto. Un po’ come il segreto bancario o quello medico. Questi dati non verranno mai consegnati all’esterno, ci promettono. 

Ma non è questo il punto. Io posso scegliere consapevolmente di far custodire i miei dati a qualcuno, così come faccio con i miei risparmi e gli oggetti di valore. Scelgo io se tenere la cassaforte in casa oppure depositare tutto in banca. Il fatto è che non abbiamo ancora capito quanto valore hanno i nostri dati.

La tecnologia è una cosa bellissima. Ci aiuta a vivere meglio, a organizzare le nostre relazioni, ci fa risparmiare tempo e soldi, ci guida da un punto A a un punto B. Eccoci qui, quarant’anni dopo la promessa di Bill Gates, con Windows, di portare “un pc in ogni famiglia”, e dieci da quando Steve Jobs, con l’iPhone, è riuscito a portare “Internet in ogni tasca”.

Il nostro smartphone sa più cose di noi del nostro migliore amico, sa più cose di noi dei nostri genitori, fratelli, sorelle, del nostro capo, del medico, del salumiere di fiducia, del direttore di banca. Sa quanti soldi abbiamo sul conto, conosce le nostre abitudini, i nostri dati biometrici, sa se, quando e quanto ci muoviamo, dove andiamo, se siamo delle schiappe a correre, quali video guardiamo, cosa compriamo. Persino cosa stiamo per comprare e poi non compriamo. Grazie ai Social poi sa chi sono i nostri amici, cosa ci diciamo e scriviamo, cosa ci piace o non ci piace.

Una nota azienda di software antivirus, ha condotto una ricerca sulle abitudini degli utenti su internet ed è emerso che il valore medio dei dati personali registrati su Internet è di circa 40 euro, mentre il valore medio dei dati salvati sui computer e sui dispositivi mobili degli utenti è di oltre 600 euro.

Ci iscriviamo a Facebook gratuitamente, così come gratuitamente utilizziamo Google. Se ci facessero pagare un abbonamento, in cambio della promessa di non raccogliere i nostri dati, quanti di noi, sinceramente, sarebbero disposti davvero a sottoscriverlo?

Il vero business model dei social network siamo noi, le tracce che lasciamo quando navighiamo, consumiamo, visualizziamo o clicchiamo inserzioni. Senza questi dati crollerebbe tutto, verrebbero meno i motivi economici. Tant’è che è possibile dare anche un valore economico ad ogni iscritto: stando ai bilanci di Facebook, il valore medio di un utente, sul social, si aggira intorno ai 16 dollari.


martedì 27 luglio 2021

Così il tuo smartphone sa tutto di te, e del tuo futuro

Ognuno di noi produce una scia digitale di informazioni su di sé e su quello che fa: Sono informazioni frammentate, una specie di puzzle: ricostruire il puzzle dai frammenti è estremamente difficile. Difficile per noi, almeno. Perché aziende di pubblicità, compagnie internet e governi invece lo stanno facendo, mettendo insieme i tasselli del mosaico.

La localizzazione geografica è oggi l’aspetto più importante della nostre tracce digitali. È l’Eldorado dell’industria della pubblicità, è cruciale per i governi e le intelligence. Il telefono è un rilevatore di posizione, ti localizza attraverso i ripetitori telefonici e la localizzazione Gps dei satelliti, i dati del Wi-Fi. Tutte informazioni a disposizione del proprio operatore telefonico, e dalle app che scarichiamo se diamo loro il permesso.

Il telefono, e le app che ci stanno sopra, tracciano e memorizzano le nostre posizioni non solo quando usiamo le mappe o i navigatori. Lo smartphone potrà inviare la sua posizione per fornire pubblicità collegate alla localizzazione geografica dell’utente. È il grande tema della pubblicità mirata in base a dove si trovano gli utenti, e in base a quali pagine web frequentano.

I dati di localizzazione possono essere usati anche dai fornitori di app del telefonino. Ad esempio, nel nostro caso, Google, dato che abbiamo un account presso di lui. Per toccare con mano basta andare, se si è loggati nel proprio account, all’indirizzo Google.it/locationhistory. Se la storia della localizzazione geografica era attivata (se non l'avete spenta di base è attivata), qui abbiamo un diario di tutti i nostri spostamenti, giorno per giorno, ora per ora, metro per metro.

Per altro andrebbero aggiunte, a questo “diario personale” non sempre consapevole, anche le registrazioni tenute da Google dei comandi vocali - per eseguire ad esempio ricerche online, o registrare promemoria - se si usano su dispositivi Android . Sono dati che restano a disposizione solo dell’utente (e di Google). Per controllare la propria storia audio: https://history.google.com/history/audio

Nel corso di quella stessa giornata mi sono scambiata anche delle comunicazioni con varie persone usando alcune app. Cinque messaggi via WhatsApp, cinque via iMessage, due via Telegram. Non tutti erano cifrati end-to-end (da dispositivo a dispositivo, il livello più sicuro di cifratura perché solo i due utenti che comunicano hanno le chiavi per decifrare i messaggi che quindi non possono essere letti neppure dall’azienda che gestisce il servizio).

Nel caso di WhatsApp i messaggi hanno la cifratura end-to-end, significa che possono essere letti solo dal mittente e dal ricevente, ma hanno lasciato comunque una scia di metadati,  Whatsapp conosce i mittenti, destinatari e la data di invio. Nel caso dei file scambiati via Whatsapp, forse non tutti sanno che diventano risorse “pubbliche”, link cui chiunque può accedere, ovviamente conoscendo l’URL.

lunedì 30 marzo 2020

Social e bambini

C'è un rapporto del Children Commissioner inglese che riguarda i bambini fino a 13
anni e l'uso di internet, che riporta un dato preoccupante: risulta infatti che sui social ogni bambino entro quell'età abbia già ben 1300 foto e video pubblicate. Il tutto, postato dai genitori.
Puoi immaginare cosa succede quando i bambini iniziano a usare loro stessi i social media: il dato esplode, toccando la cifra di 70.000 pubblicazioni entro i 18 anni.
Peccato che dietro a questo numero ci siano delle persone, che più o meno inconsapevolmente svelano dati sensibili, come l'indirizzo di casa e l'età, e anche una marea di altre informazioni su abitudini e comportamenti che sarebbe meglio tenere
per sé. Per privacy, certo, ma anche per sicurezza.

domenica 19 settembre 2010

Mi hanno rubato l’identità!

identità_continentali.gifAttenti a quel che raccontate quando siete in rete. Evitate di dare informazioni personali: quel che finisce su internet difficilmente si perde e si cancella e può finire sotto gli occhi di chiunque. Anche di chi non ha buone intenzioni. E potreste ritrovarvi vittima di un «furto di identità»: succede quando qualcuno riesce a ottenere i dati di accesso di un altro utente e si spaccia per lui su internet magari rovinandone la reputazione.

Ma può succeder anche di incappare in un furto vero e proprio.
E' successo ad una coppia inglese: hanno salutato gli amici di Facebook, hanno promesso messaggini e foto via cellulare della splendida meta scelta per le vacanze, informando tutti sul viaggio, la data di partenza e il giorno del ritorno. Un ritorno per nulla allegro: la casa era stata ripulita dai ladri che li pedinavano da tempo. Non seguendoli per la strada ma su internet: proprio in Facebook hanno trovato tutte le informazioni necessarie a pianificare il furto alla perfezione. I delinquenti sapevano che i proprietari della casa erano in vacanza e che avrebbero potuto agire indisturbati. La polizia li ha presi lo stesso: agli agenti, i ladri hanno confessato i loro metodi e i loro trucchetti. I siti dei social network – ha spiegato il portavoce della polizia – forniscono tutte le informazioni di cui hanno bisogno i criminali che, seduti alla scrivania di casa, devo solo aspettare che le vittime prescelte sbandierino i loro spostamenti. L’attività dei ladri è ancor più facile dopo l’uscita di «Places», l’applicazione che permette di inserire su Facebook la propria posizione e farla vedere a tutti gli amici. E ai malintenzionati.