Ma come fanno a non farsi scoprire? Usano trucchi che sembrano usciti da un videogioco. Per esempio, a volte spengono il sistema che segnala la loro posizione (l’AIS), diventando invisibili: è come se sparissero nel nulla. Altre volte si incontrano in mare aperto con un’altra nave e trasferiscono il petrolio da una all’altra, così da confondere le tracce. E non è finita: cambiano spesso nome, bandiera e perfino aspetto, rendendo quasi impossibile riconoscerle.
Molte di queste petroliere sono vecchie e poco sicure. Spesso sono registrate in Paesi con poche regole, e i veri proprietari sono nascosti dietro società “fantasma”. In pratica, nessuno sa davvero chi sia responsabile. E qui nasce il vero problema. Non si tratta solo di una questione politica o economica. Il rischio più grande è per l’ambiente. Queste navi, proprio perché operano “nell’ombra”, spesso non hanno assicurazioni adeguate. Se una di loro dovesse rompersi o avere un incidente, potrebbe causare una gigantesca fuoriuscita di petrolio in mare. E in quel caso, chi pagherebbe i danni? Probabilmente nessuno. Il petrolio finirebbe sulle coste, distruggendo ecosistemi, uccidendo animali marini e danneggiando anche le attività umane, come la pesca e il turismo.
La cosa ancora più paradossale è che viviamo in un’epoca in cui si parla sempre più di energie pulite e sostenibilità e nel frattempo, esiste questo sistema nascosto che continua a trasportare petrolio in modo rischioso e illegale. La “ghost fleet” è come un mondo parallelo: invisibile, pericoloso e difficile da controllare. E ha molto a che fare con le guerre in corso.

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